Il fair play finanziario ricorda un po’, negli annunci e nei principi, l’entrata in vigore dell’euro. Secondo il presidente dell’Uefa, Michel Platini, e il suo segretario generale, Gianni Infantino, l’obbligo del pareggio di bilancio aiuterà le società a risanare i propri conti, a ripianare i debiti accumulati in questi anni, a rendere più solido e sostenibile il sistema calcio, a investire più e meglio in infrastrutture e settori giovanili. Lacrime e sangue per un futuro migliore, proprio come con l’euro, e visto come sta andando con la moneta unica c’è di che essere preoccupati, soprattutto per l’atteggiamento di chi pensa che le sanzioni alla fine non saranno poi così dure come promesso, sbagliandosi clamorosamente com’è successo ai governi europei con le proprie finanze.
Il fair play finanziario entrerà in vigore dal 2013-14 e già da questa stagione si deve guardare più ai conti che al campo, due i parametri principali: pareggio di bilancio e limite di ricapitalizzazione fissato a 45 milioni di euro in tre esercizi consecutivi, che diventeranno 30 per il trimestre 2015-2018. Cosa rischiano i club che non saranno in regola? Molto, a seconda dei casi potrebbero essere sospesi dall’attività, esclusi dalle coppe europee (l’elemento su cui Michel Platini ha insistito di più), perdere punti nei rispettivi campionati, divieto assoluto di acquistare nuovi giocatori. Il presidente dell’Uefa, per adesso, è inflessibile: non ci saranno proroghe, il fair play finanziario è partito e non si torna indietro, chi sgarra pagherà, affrettandosi poi a dichiarare che tutto questo è stato fatto per proteggere i club e non per danneggiarli. Diplomazia a parte, se l’ECA, l’associazione che racchiude i 190 club europei più importanti, presieduta da Karl-Heinz Rummenigge, ha accettato all’unanimità le proposte di Platini, nonostante la refrattarietà di quelli inglesi, evidentemente la preoccupazione di un’implosione economica del calcio continentale (quindi dell’Uefa) è sentire comune.
Le cifre sono impietose. Un miliardo e 200 milioni di euro i debiti accumulati dalle squadre di tutti i massimi campionati europei, 53 tornei per 732 club; nel 2010 le spese sono aumentate del 10 per cento, il doppio degli introiti, e in un anno le perdite sono lievitate dell’85 per cento; nel 2008 i costi operativi erano di 12.100.000.000 euro, 578 milioni le perdite con un aumento del costo del lavoro (leggi stipendi calciatori) del 18,1 per cento, 20 miliardi il valore del patrimonio complessivo e 18,2 quello delle passività (fonte futebolfinance.com). Nelle ultime cinque stagioni (2006-07/2010-11) i cinque massimi campionati del Vecchio Continente hanno speso per le campagne acquisti 10.108.298.000 euro: Premier League 3.612.770.000, Liga 2.170.417.000, serie A 2.144.483.000, Ligue 1 1.132.103.000, Bundesliga 1.048.525.000. Il campionato francese in tre stagioni su quattro ha registrato un saldo positivo per un totale di 171.185.000 euro, la Bundesliga solo in questa stagione ha registrato un più 1.480.000, gli altri sono tutti negativi con i rispettivi picchi: Premier League meno 448.120.000 (’07-08), Liga meno 278.560.000 (’07-08), serie A meno 228.237.833 (’08-09), Bundesliga meno 109.835.000 (’09-10), Ligue 1 meno 61.771.000 (’09-10).
Il fair play finanziario nasce da uno studio approfondito della situazione del calcio europeo, dove Infantino rappresenta la parte tecnica e Platini quella decisionale: una giornata intera per spiegare alle squadre inglesi il progetto e cinque minuti per approvarlo dopo l’arrivo di Roi Michel, perché nel calcio funziona così e un grande ex difficilmente perde la stima e il rispetto dell’intero movimento. Più curioso semmai che uno come Platini, l’esempio dell’aristocrazia per eccellenza (quasi un alter ego dell’Avvocato ai tempi della Juventus), punti tutto o quasi sulla democratizzazione del football: dalla Champions League ai bilanci. Secondo l’Uefa, infatti, questa situazione ha aumentato il gap tra grandi e piccole, un po’ di numeri: l’88 per cento dei soldi derivanti dai diritti televisivi è generato dai cinque maggiori campionati europei; i primi quattro club di ogni torneo hanno un fatturato superiore a tutti gli altri, in media 3,9 volte; le prime dieci squadre europee hanno creato un divario con le altre attualmente immodificabile.
Per raggiungere l’obiettivo ci vorrà, però, anche l’aiuto della Fifa,
perché non sarà più permesso, tra le altre cose, acquistare un giocatore
all’estero (Sudamerica, per esempio) senza pagarlo, saldandolo solo una
volta ceduto a una terza società. Difficile, anche perché Platini sta
iniziando a smarcarsi da Blatter (che è stato uno dei suoi grandi
elettori). Un esempio? Michel ha bocciato la proposta del 6+5 (6
indigeni e solo 5 stranieri in campo), anche perché non ha alcuna
intenzione di andare alla guerra contro l’Unione europea, che ha
salutato di buon grado il fair play finanziario ma che ancora nicchia
sulla specificità del calcio.
Analogie. Se il fair play finanziario ricorda a larghi tratti l’entrata
in vigore dell’euro, alcuni elementi della crisi economica globale e di
quella che sta colpendo il calcio si sovrappongono.
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Uno su tutti il
mancato ricambio generazionale e il dato è impressionante: considerando i
732 club dei 53 massimi campionati europei solo il 22 per cento dei
giocatori in rosa ha meno di 22 anni, segno evidente che qualcosa a
livello di settore giovanile non funziona. E non funziona sia in fase di
formazione che di mercato.
Più che modelli nazionali, francese a parte (che ha mostrato crepe
importanti, sulle quali, però, stanno già intervenendo), esistono quelli
legati ai singoli club, Barcellona e Arsenal su tutti e con risultati
molto differenti; la realtà degli ultimi anni, inoltre, ci suggerisce
che spesso si preferisce acquistare un giovane extracomunitario
(africano, più spesso, o sudamericano) già formato che costruirlo in
casa, dove per vari motivi (vuoi anche la presenza dei procuratori
all’età di 14-15 anni) alla fine costa di più. Senza considerare che, in
Italia, c’è un ostruzionismo atavico da parte dei club professionisti a
pagare il premio di formazione a quelli dilettanti. In un primo momento
il sistema calcio si sentiva al sicuro dalla crisi grazie ai contratti
(sponsor e diritti televisivi in testa) spalmati su più anni, c’era
addirittura chi aveva previsto la fine della stessa e quindi messo al
riparo il movimento da qualsivoglia scossa, ma come abbiamo visto i
contratti possono anche essere messi in discussione.
In Europa 608 club su 732 non hanno lo stadio di proprietà (83 per
cento), di questi il 65 per cento è preso in affitto dallo stato o dalle
amministrazioni locali e in più di metà dei campionati gli spettatori
sono diminuiti: 196 società europee di serie A hanno una media poco
superiore ai 10.000. Il valore immobiliare dei club si aggira intorno a
5,2 miliardi di euro, ma ben il 64 per cento è riconducibile a sole 20
società. Ergo il fair play finanziario potrà anche risolvere i problemi
economici del calcio, ma difficilmente metterà in atto un’opera di
democratizzazione. I due paesi che guardano a tutto questo dall’alto
sono al momento la Francia e la Germania, il perché è semplice: se a
fine campionato ci sono dei debiti a Parigi o si saldano subito o si
retrocede, a Berlino si retrocede senza nemmeno passare dal via. E non è
un caso che proprio i tedeschi, da tempo, abbiano messo mano ai bilanci
delle società di calcio trasformando il movimento e riportando tanta
gente allo stadio.
In fondo il football gode di un grande privilegio: è un vettore quanto
mai prezioso e ricercato d’immagine e pubblicità. Per questo il flusso
di soldi è continuo, sia in termini di sponsorship che diritti
televisivi, senza contare gli incassi da stadio, marketing e
merchandising (dove il falso andrebbe combattuto con maggiore severità).
Elementi che condannano invece che assolvere le dirigenze, capaci,
nonostante tutto, di accumulare milioni di debiti, colpa anche di un
costo del lavoro (stipendi dei calciatori e aumento esagerato del numero
di addetti) sempre più elevato, ma Platini si è detto contrario a
qualsiasi forma di salary cap. Ugualmente alla crisi globale anche in
quella calcistica i grandi hanno travolto a domino i piccoli, come? Be’,
nel momento in cui le squadre più forti e più ricche sono andate in
crisi il mercato dei calciatori è rallentato e movimenti come quello
francese e belga, per esempio, che facevano dell’export una voce
importante, hanno rischiato il collasso. Per non parlare di quelli
sudamericani (con uno spostamento significativo verso l’Est Europa che
paga con i petroldollari), africani e asiatici.
La globalizzazione ha cancellato qualsiasi utopia autarchica e per un
mondo nuovo ci vogliono regole nuove: saprà il calcio, geneticamente
conservatore, stare al passo coi tempi? Secondo Michel Platini è
obbligato se non vuole chiudere (l’Uefa trema al solo pensiero) e, tra
le altre cose, richiama a una maggiore attenzione verso un management
avveduto e preparato, nei grandi ma soprattutto nei piccoli club.
Intanto il Manchester City ha speso 45 milioni di euro per Aguero e 27,5
per Nasri, il PSG 43 per Pastore, l’Atletico Madrid 40 per Falcao, il
Real Madrid 30 per Coentrao e il Barcellona 29 per Fabregas; per
fortuna, verrebbe da dire, l’Arsenal ha raggiunto il pareggio di
bilancio, ma le altre?
Michel Platini crede nel mercato e il fair play finanziario, a occhio e
croce, certificherà il neoliberismo che in questi ultimi anni è
diventato il motore del calcio patinato, quello da Champions Legue per
intendersi, con un pareggio di bilancio in più e qualche debito in meno.
Per le Roi chi avrà 10 potrà spendere dieci, chi 5 cinque e chi 1 uno,
ecco la democratizzazione, ognuno secondo le proprie possibilità. Con un
dato evidente a tutti: un Chievo non potrà mai avere la forza economica
dell’Inter, così i nerazzurri saranno sempre tra le prime e i veneti a
pelo d’acqua. E il prossimo step? Ovvio, la Superlega. |