La Banca Caripe è stata condannata a restituire alla curatela fallimentare del Pescara Calcio 1 milione 869 mila euro. A stabilirlo è una sentenza del giudice Angelo Zaccagnini che ha accolto la domanda di revocazione della somma, «la rimessa», presentata dalla società fallimentare del Pescara rappresentata da Saverio Mancinelli, nei confronti della banca, di Gerardo Soglia e Soglia Hotel Group Srl. «Questa somma sarà ripartita intanto tra i creditori», dice il commercialista che nel 2009 redasse una relazione di 200 pagine sul fallimento della società biancazzurra.
«I soldi saranno poi utilizzati per pagare i dipendenti amministrativi», prosegue il curatore fallimentare Saverio Mancinelli, «e i professionisti. Una parte sarà anche restituita alla società Delfino Pescara che ha anticipato 600 mila euro per debiti sportivi». E' il giudice Angelo Zaccagnini a illustrare in dieci pagine i motivi della «revoca della rimessa», ripercorrendo l'arrivo nell'ottobre 2007 dell'imprenditore salernitano Gerardo Soglia alla guida della società, le trattative per la vendita del Pescara, l'addio l'anno successivo e il fallimento della società. «La domanda di revocazione della rimessa va accolta perché soddisfa il principio giurisprudenziale secondo cui la conoscenza dello stato d'insolvenza dell'imprenditore da parte dell'altro contraente è effettiva e non potenziale», scrive il giudice in un passo della sentenza. Il Pescara Calcio è fallito il 19 dicembre 2008 con un passivo di 15 milioni di euro ma nel settembre diquell'anno, e quindi nei sei mesi antecedenti la dichiarazione del fallimento, ha versato 2.063.000 mila euro sul conto corrente della banca Caripe per far fronte a un finanziamento dell'istituto a garanzia di Soglia.
Perché oggi quella somma deve essere restituita? Per il giudice
Zaccagnini la banca, all'epoca diretta da Dario Mancini, «era a
conoscenza dello stato di grave dissesto economico in cui si trovava la
società finanziata».
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Così, in quattro punti, Zaccagnini evidenzia i
legami tra la banca e la società: «Nel 2006 Caripe si è resa cessionaria
di crediti vantati dalla fallita nei confronti della Lega calcio per 4
milioni. La banca, che aveva diritto di voto perché titolare di azioni
della Pescara calcio, ha partecipato alle assemblee della società
evidenziando, già nel 2007, la necessità di interventi finanziari per il
ripianamento dei cospicui debiti della società la cui situazione è
andata peggiorando fino a sfociare al fallimento con il passivo di 15
milioni di euro».
Ma è la sentenza, poi, a chiarire che la posizione debitoria del Pescara
calcio era di «pubblico dominio» e, quindi, doveva essere nota anche
all'istituto di credito. «Il direttore generale della Banca Caripe Dario
Mancini partecipò direttamente e attivamente all'intermediazione tra i
Soglia, ormai decisi a disimpegnarsi dalla conduzione della società
calcistica, e vari altri imprenditori che poi si sono ritirati proprio
per l'esposizione debitoria della società che non era più in grado, come
reso pubblico anche dalla stampa, neppure di pagare gli stipendi ai
calciatori». Inoltre, il giudice ricorda che Caripe è l'ex Cassa di
risparmio di Pescara, ossia un istituto «radicato nel territorio
abruzzese, una delle principali operatrici finanziarie in ambito locale,
con ampia possibilità di accesso alle notizie che riguardano gli
operatori economici abruzzesi».
E' questo insieme di elementi che ha indotto il giudice Zaccagnini a
scrivere che «si può affermare con certezza che la Caripe era a
conoscenza dello stato di grave dissesto economico in cui si trovava la
società finanziaria». La sentenza civile è immediamente esecutiva e,
nelle conclusioni, condanna anche al rimborso, in favore della curatela,
delle spese di giudizio. |