I fari dello stadio Silvio Piola hanno illuminato a giorno il salotto. Nini li guardava in silenzio dal balcone della casa di via Righi. Come si guarda una stella cometa, sempre inseguita e mai toccata con mano. La signora Maria Rosa sapeva a cosa stava pensando, l' uomo con il quale sta per festeggiare le nozze d' oro, cinquant' anni sempre insieme, quale malinconia gli stava solcando la fronte. Ci sono delle volte che le raccomandazioni dei medici, gli insulti dell' età che ti costringono a coprirti quando sale l' umido dal canale Cavour, non contano. «Vai allo stadio Nini» gli ha detto. Gli ha fatto una carezza. «Questa notte è anche la tua, te la meriti». Giovanni Udovicich detto Nini si è messo al collo la sciarpa azzurra, ha sorriso alla compagna di una vita, ed è uscito. Al ritorno, due ore dopo, aveva ancora gli occhi lucidi. «C' era gente che puntava il dito verso di me e mi chiamava per dirmi le stesse parole di mia moglie. Mi hanno riconosciuto e salutato tutti, credo per via della mia folta capigliatura...». Negli anni Sessanta e Settanta era «il gigante dallo svettare lucente», il simbolo della resilienza del Novara calcio e anche l' ossessione dei bambini che collezionavano le figurine Panini. La pelata del numero 5 novarese veniva appena dopo lo sfuggente faccione del celebre Pizzaballa, suo vecchio compagno di servizio militare. Era arrivato qui nel 1946, a sei anni, insieme ai duemila profughi sfollati dall' Istria. Non se n' è più andato, 517 presenze tra serie C e serie B, mai una partita nella massima serie, mai la tentazione di firmare per Roma, Lazio, Fiorentina, che ogni estate bussavano alla sua porta. «L' altra sera mi sono sentito ripagato della sofferenza per quella serie A che mi è sempre sfuggita. Ragazzi, abbiamo battuto Milano, non so se mi spiego». In quella sfumatura verbale c' è la peculiarità e la contraddizione di un posto che è vera provincia ma è anche realtà industriale, che vive con la faccia rivolta a Milano ma è consegnata dalla storia e dall' anagrafe al Piemonte. «Tre pere all' Inter, a quelli della grande città: più bello di così il ritorno in A dopo 55 anni non lo posso immaginare». Seduto al tavolino di un bar di piazza dei Martiri, il sindaco si concede una birretta e un incipit poco istituzionale. Andrea Ballarè, vincitore a sorpresa delle amministrative di maggio per conto di un Pd che aveva rifiutato ogni apparentamento, è la prova vivente della frontiera immaginaria rappresentata dalla sua città. L' inflessione della sua voce rivela qualcosa degli anni di studio alla Cattolica di Milano, che è lì vicina, appena 42 chilometri, una manciata di caselli sulla A4, mentre il capoluogo Torino se ne sta sullo sfondo, ben più lontana, quasi il triplo della distanza. «Siamo piemontesi e guardiamo da un' altra parte, verso un altro aeroporto, un' altra stazione. Ma qualcosa sta cambiando. La vittoria del "nostro" Roberto Cota alle Regionali ci ha fatto tornare la voglia di riconquistare un ruolo importante come città piemontese. E il calcio rappresenta il nostro volano per farci assumere una fisionomia riconosciuta a livello nazionale, come capita a Parma, Padova o Treviso». L' ombra della metropoli «straniera» ha sempre dato molto a Novara, togliendole però identità, facendola apparire come un luogo neutro quasi perso nel vasto hinterland altrui, riducendo a un apparente ruolo ancillare la seconda città del Piemonte, che negli anni ha saputo approfittare del suo essere crocevia del corridoio logistico che unisce Genova a Rotterdam per farsi solida realtà industriale. Anche per questo, martedì sera non è stata solo una partita di calcio con la provincia che umilia Milano, ma quasi una dichiarazione di indipendenza morale, come dicono al bar Benevolo, il ritrovo dei vecchi tifosi, quelli si ricordano ancora dei tempi eroici di Udovicich. Una città che forse non ne poteva più di vedersi sventolare lo stereotipo della fatal Novara che costò il trono a Carlo Alberto, e di vivere nel ricordo delle rovesciate di Piola. Ieri bambini e vecchi che indossavano la maglietta con la scritta Am vegna al magòn , mi sta venendo il magone.
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«Tra il suo essere profondamente provinciale e la sua voglia di
affermazione si è inserito il calcio» sostiene Serena Fiocchi,
direttrice del Corriere di Novara . Mariella Enoc, presidente di
Confindustria Piemonte, si inalbera quando sente la parola periferia. «È
una città di cerniera tra Lombardia e Piemonte, piuttosto: capace di
conservare un rapporto omogeneo con entrambe le realtà». Il calcio fa
tornare ragazzi, e Roberto Cota conferma questa verità. C' era anche
lui, allo stadio, e oggi ne parla con un entusiasmo che strappa un
sorriso. «Quando sono entrato e ho visto l' Inter ho pensato: olè,
adesso ci siamo anche noi...» Nello scorso giugno il governatore del Piemonte non aveva potuto
assistere allo spareggio decisivo per la promozione. «Mi fermai a un
autogrill dalle parti di Verbania. Una scena d' altri tempi: un gruppo
di persone mute davanti alla radiolina che trasmetteva la partita». L'
aneddoto non è pescato a caso tra i ricordi di un tifoso al quale ogni
tanto viene rimproverato un presunto lombardo-centrismo. «Abbiamo
battuto l' Inter, ma l' entusiasmo sarebbe stato lo stesso con La Juve.
Anche attraverso questa esperienza sportiva ci stiamo consolidando come
secondo polo del Piemonte. Se va a Biella o Verbania, vedrà molti
balconi con le bandiere del Novara». E per confermare l' assunto, Cota mostra un sms arrivato pochi minuti
dopo la fine della partita con l' Inter. «Che bello il Piemonte unito!»
Firmato: Andrea Agnelli. L' orgoglio novarese sta tutto nel non sentirsi
Davide contro i Golia della grande città. Guardando la modernità e la
bellezza di Novarello, il centro polifunzionale con campi da calcio,
albergo per le squadre e palazzetto dello sport, viene da pensare che il
Novara sia qui per restare. Forse la sintesi migliore è proprio quella
del «foresto» più popolare della città. Massimo De Salvo, 32 anni e
faccia da ragazzo, brianzolo di Monza, amministratore delegato del
Novara calcio. «Ogni realtà di confine assorbe da entrambe le parti.
Novara conserva lo stile e l' eleganza piemontese, ma ha fatto propria
la voglia di impresa tipica della Lombardia. Adesso si sta scoprendo
come un posto unico, autonomo. E sono felice che questo processo
inconscio abbia a che fare con il calcio». Il giorno dopo, Novara era
già con la testa altrove, senza neppure i postumi della sbornia. Il
vecchio Udovicich era tra quelli che hanno pianto allo stadio, ma ha una
spiegazione per questo stato di esaltata sobrietà. Lui c' era, quando
Novara sembrava solo un posto di passaggio sulla strada tra il Duomo e
la Mole. E ha l' età per raccontare di Piola, perché ha fatto in tempo
per giocarci insieme, quando era nelle giovanili e il campione a fine
carriera. Piola gli strinse la mano alla fine di una partitella d'
allenamento, e gli spiegò il segreto della sua città. Ragazzo, gli
disse, ricordati che da queste parti non ci esaltiamo troppo quando le
cose vanno bene, ma siamo pronti a non buttarci giù quando girerà male. |