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La sceneggiata del tavolo della pace spia del malessere del nostro calcio |
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In Fuorigioco
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16/12/2011, Giuseppe Cerettii - Sole24Ore.com
Un deludente anche se del tutto prevedibile nulla di fatto. È finito nel peggiore dei modi il tanto invocato tavolo della pace organizzato per porre fine al clima avvelenato di Calciopoli.
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Per volontà del presidente del Coni Petrucci si sono trovati in nove: sei cosiddetti pacieri e tre contendenti, Agnelli, Moratti e Della Valle.
Un dialogo tra sordi: "Che giorno è? "Io faccio le 12: non è ora d'andarsene?". Persone ragionevoli avrebbero chiuso la querelle da tempo.
Le registrazioni non entrate nel processo chiamano in causa lo scomparso Giacinto Facchetti. Si tratta tuttavia di dialoghi inopportuni con il designatore arbitrale, ma che nulla hanno da spartire con il sistema di corruttela messo in atto da Moggi e soci. Quanto ai due principali contendenti, il giovane rampollo della casata Agnelli dovrebbe finirla con la stucchevole tiritera dei 29 scudetti, seguito da Massimo Moratti che dovrebbe per primo lasciar perdere lo scudetto 2006, in omaggio al principio che, al di là delle sentenze, qualsiasi risarcimento è meglio vada sancito entro il terreno di gioco.
Pura fantascienza. Non accadrà mai perché quando c'è di mezzo il calcio ogni elemento di razionalità viene bandito e scagliato in una sorta di calderone alimentato dalle braci del tifo e nel quale bollono senza sosta vecchi rancori. Perciò il calcio si trasforma in faida.
Vane sono dunque state le sollecitazioni, alla vigilia del confronto, a un atto di responsabilità. C'è chi sostiene che tale atto sia impossibile perché il calcio italiano è per definizione e a qualsiasi livello scontro, fazione contro fazione, tifoseria contro tifoseria e la guerra di tutti contro tutti è nel codice genetico di questo sport.
Il male procurato al pallone non è tuttavia nel mancato accordo tra l'accolita di potenti che s'è ritrovata di mala voglia a Roma. Sono piuttosto le risposte mai date ai tanti problemi irrisolti per i quali al contrario non si aprono tavoli di qualsivoglia figura geometrica e in alcun luogo.
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Quali? La legge sugli stadi, ferma da due anni in Parlamento che impedisce di generare fatturato e benefici indotti, come dimostra l'unica e significativa eccezione della Juventus; i criteri di ripartizione dei proventi tv; le norme che disciplinano i trasferimenti dei calciatori; i campionati con troppe squadre, dalla A alle Leghe e troppe società con i bilanci in disordine. Una complessa situazione alla vigilia dell'applicazione delle regole finanziarie che ci metteranno alla prova in Europa.
C'è di più. Sarebbe giusto che i signori del pallone s'occupassero di questioni che riguardano la convivenza civile, che non è solo affare di polizia di Stato e di repressione e che fossero i primi a condannare e reprimere il razzismo imperante nelle curve italiane, che si riverbera con bagliori sinistri nelle nostre città, dall'eccidio di Firenze all'assalto al campo rom di Torino.
Non si contano poi le accorate lettere a direttori di quotidiani che denunciano un clima violento e intollerante in molti stadi nei quali non è rispettato il basilare diritto di sedersi al posto prenotato e pagato in nome di una banale legge dello spettacolo. Il rispetto sembra dovuto in compenso solo a regole assurde quanto spietate, come dimostrano i casi di punizioni inflitte in tragiche circostanze, in nome del totem chiamato regolamento.
Invece questi signori si prestano all'oscena sceneggiata senza nulla offrire e tornano in fretta a casa con i propri immutati, vecchi rancori. Tutti si ritengono vittime di soprusi e sono in perenne attesa di risarcimenti, non solo per via degli imbrogli di Calciopoli. C'è il famigerato sgambetto in area che costò lo scudetto, il fallo di mano, il gol non gol: sono le figure retoriche ripetute sino alla noia di un calcio incapace di cancellare i suoi fantasmi e che vive in un progressivo e inarrestabile degrado su spalti sovente infrequentabili per chi ama davvero questo sport. |
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