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La Nazionale, un miracolo non adatto agli italiani |
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In Fuorigioco
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03/07/2012, A. Cardinale - NationalCorner.it
Gli Europei sono conclusi, ha vinto nuovamente la Spagna che è entrata definitivamente nella leggenda. Onore alla Roja, ma onore anche all’Italia, arrivata in finale sovvertendo tutti i pronostici della vigilia.
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Gli Europei sono conclusi, ha vinto nuovamente la Spagna che è entrata definitivamente nella leggenda. Onore alla Roja, ma onore anche all’Italia, arrivata in finale sovvertendo tutti i pronostici della vigilia. Si festeggia il traguardo, certamente, ma è tempo di bilanci e analisi e non proviamo vergogna nel sostenere che la Nazionale non è un prodotto adatto agli italiani, divisi come siamo tra campanili e credo di club.
In questo il calcio italiano è degnamente rappresentato da istituzioni che non hanno mai fatto nulla per tutelare il prodotto azzurro di fronte all’ingerenza di Lega Calcio e club. Il calendario internazionale è già un incubo, all’interno del quale bisogna incastrare attività obbligatorie (Europa e Champions League) e che vede le rappresentative nazionali giocare di fatto nei ritagli di tempo senza alcuna preparazione. Gli stage che chiedeva Prandelli sono “una richiesta impossibile da accontentare” secondo i dirigenti di Serie A. Tra assenze giustificate e non l’attività di Club Italia è una specie di puzzle mal riuscito che si affastella su scadenze obbligatorie: l’imperdibile coppa da giocare a Pechino, le coppe e coppette abbinate a marchi di telefoni e birre (tendenti a scomparire, per fortuna). I club rappresentano il mestiere dei loro proprietari che cercano esclusivamente di portare soldi a casa: dunque smettiamola di dire che la Nazionale è l’espressione del calcio italiano. In Italia il 52% dei giocatori è straniero, i settori giovanili sono male organizzati, sempre più protesi ai mercati stranieri o del tutto asserviti ai grandi club che non hanno alcun interesse a sviluppare ma ad egemonizzare. Sotto un certo aspetto siamo contenti che non sia arrivato l’Europeo, perché questo avrebbe voluto sentirsi dire con l’appoggio della buona stampa di regime che “il sistema funziona e che il prodotto calcio in Italia è un successo”. Mettiamo le virgolette perché questo è quello che ci siamo sentiti dire dopo il Mondiale vinto successivamente a Calciopoli ed è sempre quello che ci sentiremmo sentire dire adesso quando dopo Calciopoli abbiamo scoperto (che scoperta, eh?) che la quarta industria del paese è ammalata di scommesse e partite truccate. Il calcio in Italia, indipendentemente dalla Nazionale che è sicuramente un grande prodotto di questo sistema, è da rifondare senza esitazioni.
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Noi non sappiamo quale sia la formula magica: l’Inghilterra ci offre un
campionato splendido e una ripartizione davvero equa delle risorse tra i
suoi club, ma la sua nazionale non vince nulla da decenni.
La Germania ha alzato il suo livello di calcio internazionale a traguardi che dieci anni fa sembravano impossibili: settori giovanili sviluppatissimi, stadi meravigliosi, club superorganizzati. Ma la sua nazionale in questo che è uno dei momenti migliori per il calcio e l’economia tedesca, fallisce. La Francia, rifondata intorno a una truppa di talenti giovani e di grande qualità, si è rivelata ancora una volta inconsistente: eppure è il paese che negli ultimi anni ha investito di più, e in modo più diffuso, sui settori giovanili. La Spagna è un caso a parte: i due rimorchiatori, Barcellona e Real, hanno trascinato a traguardi storici impensabili una rappresentativa nazionale da sempre mediocre e mai completamente realizzata.
L’Italia è indietro e non lo scopriamo oggi: in attesa di leggi, di strutture dedite all’avviamento allo sport, di iniziative davvero forti e risolutive, siamo un paese che non ha mai saputo davvero rinnovarsi e rompere con un passato costruito su un sistema malato di gigantismo che si poggia su debiti e su soldi spesi ancora prima di essere incassati. Da questo sistema qualsiasi cosa arrivi dalla Nazionale è un miracolo e come tale deve essere festeggiato. Il secondo posto a Euro 2012 è stato un miracolo. Così come sarebbe un miracolo avere finalmente gente nuova alla guida di un sistema sportivo di questo paese che ha bisogno di idee, di poca politica e di molti fatti concreti, di poca visibilità e di molta sostanza. E invece già vediamo profilarsi le Olimpiadi, con la solita parata di dirigenti e manager federali in alta uniforme che alla prima medaglia ci diranno “quanto siamo stati bravi”. In un paese che non ha più i Giochi della Gioventù, che ignora le necessità dell’educazione fisica nelle scuole dell’obbligo e che fa sorreggere il suo sistema sportivo agonistico dai corpi militari, siamo proprio bravi a farcela raccontare.
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