Ma a parlare è stato Andrea Agnelli nel giorno del rendiconto, disastroso quello finanziario, il peggiore della storia della Juventus, addì ottobre diciotto del duemila e undici. Alessandro Del Piero, dunque, a fine stagione, saluta lo spogliatoio e lascia la maglia, i pantaloncini, la fascia di capitano, lo scambio dei gagliardetti, tutto quello che per diciannove anni hanno accompagnato lui e la Juventus. Non mi sembra sia stato il momento più opportuno per annunciare un evento che è da considerarsi prevedibile ma andava gestito con diplomazia e intelligenza. Prudenza dunque, nel football è meglio aspettare il fischio finale, ne sanno qualcosa il romanista Osvaldo e la sua maglietta purgativa.
Mettiamo il caso, assai remoto, che la Juventus riesca a conquistare un posto per la prossima Champions League. Sarebbe davvero quella l'ultima stazione, il passo d'addio per un campione, nel vero senso della parola e non top player come qualche bella gioia neobianconera ripete, insomma l'occasione per Del Piero di giocare anche un solo minuto ancora in Europa, a trentotto anni, cosa che sta vivendo Ryan Giggs, di un anno esatto più «anziano» di Del Piero, con riconoscenza diversa dei padroni americani del club. Ma chiedere un guizzo di fantasia e di romanticismo a chi governa la Juventus è impresa ardua, se non inutile. Del Piero ha rappresentato davvero ieri, oggi e domani del football bianconero. Il suo curriculum non appartiene soltanto al club torinese ma al calcio italiano e a quello mondiale, con il titolo vinto a Berlino. Del Piero è stato oggetto di insulti, insinuazioni, attacchi volgari, gli hanno dato e scritto (giornali, allenatori e striscioni) del dopato, dell'omosessuale (come se fosse un'offesa!), anche gli avversari in campo hanno approfittato di queste etichette per apostrofarlo, irridendolo. Ha tollerato i pizzicotti dei suoi datori di lavoro, gli Agnelli. Per Gianni era Godot (aspettando…), per Umberto un «cocco di mamma». Ma ha tirato sempre diritto, senza scendere in polemiche e provocazioni dialettiche e comportamentali come altri suoi colleghi illustri e contemporanei. Ha accettato le scelte tattiche di tutti gli allenatori non condividendole mai ma, da aziendalista, ha capito che era opportuno allinearsi e restare in silenzio.
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Ha vissuto anche di rendita, in alcuni momenti era un fantasma del
campione che tutti conosciamo, in altri è resuscitato, come al Bernabeu,
regalando prestazioni esaltanti, firmando le vittorie, come già aveva
fatto nella finale dell'intercontinentale. Vive la sua vita di marito e
di padre senza particolari illustrazioni, pettegolezzi, apparizioni
billionarie e discotecare. In breve: è stato e continua a essere una
persona normale, un calciatore elegante e per questo animale rarissimo
nella giungla di canari, tatuati, zazzeruti, malaffaristi. Si è concesso
al massimo, dopo i gol, la linguaccia come un bambino smorfioso o una
pietra rotolante ma non altro, nessuna genuflessione alla madonna,
nessun insulto plateale all'arbitro, due espulsioni in carriera, una in
amichevole, infortuni in serie, il classico repertorio di chi gioca il
calcio professionistico.
Del Piero va a concludere la sua avventura incassando un milione di
euro, molto meno di alcuni suoi scarsi colleghi di spogliatoio,
potendoselo comunque permettere dopo anni da superenalotto. Ha scelto le
mezze luci, secondo stile. Ha dato l'esempio non ai compagni ma alla
società che ne ha subito approfittato come conferma l'inopportuna
dichiarazione dell'Agnelli Andrea. Da qui a maggio molte cose accadranno
in casa juventina. Del Piero potrà osservarle con la calma del
campione, sapendo di avere fatto tutto quello che gli era stato chiesto e
anche di più. A differenza di chi oggi ha deciso, con sette mesi di
anticipo, di spedirlo in pensione. Gli auguro di segnare altri gol
importanti, come finora ha saputo fare, e, dopo ogni rete e linguaccia,
di pensare a questo diciotto di ottobre. La vittoria del vecchio Del
Piero, la sconfitta della giovane Juventus. |