Per chi, come me, è cresciuto con il Guerin Sportivo tra le mani (quello di Cucci e Bartoletti per intendersi), Don Balon fa parte della ‘santissima trinità’ che comprende anche France Football (in realtà un bisettimanale). Giornali sui quali ho maturato il gusto per il calcio internazionale, per l’approfondimento, per la storia, per la vis polemica, per un giornalismo sportivo che non ha mai avuto paura di parlare del e contro il ‘Palazzo’ e per la fotografia.
Passioni che mi sono servite nel lavoro, soprattutto ai tempi di Calcio2000 (quello di Bartoletti, ovviamente) e che porterò sempre con me, grazie a giornali e giornalisti come quelli di Don Balon, nato trentasei anni fa ed evolvendosi nel tempo con due edizioni, quella europea e quella sudamericana.
Il settimanale era sicuramente una delle migliori espressioni del giornalismo sportivo cartaceo, anche se non potevo non chiedermi (soprattutto negli ultimi tempi) come facesse a resistere in questo mondo liquido in cui la Rete succhia lettori e risorse; anche perché Don Balon sulla Rete non c’aveva scommesso e investito, il sito (adesso è scomparso anche quello) non era che una ripetizione in trentaduesimi del cartaceo, niente a che vedere con le versioni online di As e Marca, tanto per fare esempi contigui.
Ma la storia è un po’ più complessa.
La società editrice vorrebbe cedere i diritti di utilizzo della testata (un po’ come la Gazzetta dello Sport) ma non venderla definitivamente. Così, almeno, ha dichiarato il direttore delle edizioni internazionali Rogelio Rengel Ros. Suo padre, Rogelio Rengel Mercade, è l’editore ed è stato arrestato ad agosto per appropriazione indebita. Da quel momento, la situazione economica del magazine è precipitata fino al twitt del 21 settembre scorso: Don Balon cessa di esistere.
Ma la chiusura del giornale, a quanto pare di capire, è stato uno stillicidio. A un certo punto i dipendenti hanno visto smettere di funzionare sotto i propri occhi la posta elettronica, segno infausto cui è seguito il mancato pagamento degli stipendi e la fine delle pubblicazioni.
Don Balon fa (faceva) parte dell’ESM, l’associazione delle riviste sportive europee e patrocina(va) la Scarpa d’Oro, il premio per il miglior bomber continentale dell’anno. Ma tutti questi titoli nobiliari non sono valsi a salvarlo da una crisi economica che se da una parte s’imputa alle vicende giudiziarie dell’editore, dall’altra fa pensare a una caduta continua poi precipitata.
Avvisaglie, in verità, non ce n’erano, visto che il costosissimo (nella produzione) inserto Extra Liga 2011-12 è stato regolarmente distribuito; una copia ce l’ho io, essendo abbonato. A questo proposito ci saranno tutti gli strascichi di chi come me ha speso dei soldi e non riceverà più la rivista. Il direttore Rogelio Rengel Ros si è presentato ai giornalisti con un
avvocato e gli ha detto come stavano le cose prima di preparare le
lettere di licenziamento.
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Inizialmente, pare che l’idea dell’editore
fosse quella di ridurre i costi (problema di tanti) e, magari,
trasformare il settimanale in mensile, che non è la stessa cosa, ma il
Guerin Sportivo (che ha subìto lo stesso trapasso) continua a essere un
buon giornale da leggere e con l’anno prossimo compirà 100 anni di vita.
Una cosa è certa, con la chiusura di Don Balon finisce un’epoca e forse
anche un modo di fare giornalismo sportivo. Da quelle colonne sono stati
accusati Calderon e Mijatovic per i loro loschi affari al Real Madrid?
(dati alla mano) e sempre da quelle colonne i giochetti di Joan Laporta?
al Barcellona sono diventati di pubblico dominio, debiti annessi
(chissà cos’è passato per la testa a Guardiola che ultimamente ne ha
preso le difese, mah…). Puntare il dito contro le due società spagnole più importanti e
politicamente influenti anche a livello internazionale non è da tutti e
forse in Italia ci siamo anche disabituati, ma non credendo ai complotti
non penso che questo possa essere stato motivo di crisi per la storica
testata, anzi.
Niente più giornale, niente più sito, resta solo l’account Twitter
(donbalon_com) per le prossime comunicazioni che, secondo il mio modesto
parere, difficilmente saranno positive, lasciando a secco i 46.825
followers. Un bel contrappasso, non c’è che dire, per chi ha puntato fino
all’ultimo sul cartaceo, lasciando in secondo piano Internet e tutte le
sue potenzialità, a maggior ragione per quello che concerne lo sport
(soprattutto il calcio), uno dei temi ancora oggi più dibattuti al bar
multimediale dei social network; come trasformare poi tutto questo in
business è un altro paio di maniche.
Pensare a qualcuno che possa utilizzare la testata, o comprarla, è
difficile, soprattutto se ci sono debiti con fornitori e giornalisti
(situazione questa ancora tutta da chiarire), più facile immaginare un
rilancio online, l’unico possibile in questo momento, col solito
dilemma: gratuità o contenuti a pagamento? E nel primo caso: pubblicità e
basta per sostenere il progetto?
Surfando in Rete mi rendo conto che ancora oggi manca un Huffington
Post? sportivo e il primo che saprà metterlo in piedi avrà una marcia in
più rispetto alla concorrenza; anche se non va mai dimenticato che
certi siti sono nati grazie a investimenti importanti fin da subito,
mica bruscolini.
Questo per dire che mi dispiace per Don Balon (e anche per il mio
abbonamento) ma ritengo da giornalista quale sono di dover guardare
avanti e non indietro, restare attaccati alla carta mi pare antistorico e
testardamente conservatore, pur appartenendo alla generazione che
naviga a vista, tra un libro stampato e un iPad.
Davanti c’è il futuro, la Rete e ci sarà sempre un giornalismo sportivo. Migliore? Peggiore? Be’, quello dipende da chi scrive. |