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FG incontra Darwin Pastorin - 1.a parte: "Il Calcio che fu" Stampa E-mail
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darwin-pastorin01.jpg23/11/2011, Alfredo De Vuono- Fantagazzetta.com
In esclusiva per FG ed il nostro network, un bellissimo incontro con Darwin Pastorin, scrittore e volto noto del piccolo schermo, nonché gran conoscitore calcistico

Oggi, per la serie di interviste esclusive del nostro network, Fantagazzetta è lieta di ospitare il giornalista e scrittore Darwin Pastorin, firma storica e prestigiosa de 'Il Manifesto' , 'l'Unità', 'La Stampa', 'Il Messaggero', 'Tuttosport', 'Guerin Sportivo', volto noto di 'La7', Direttore della Redazione sportiva di Telepiù, Stream, Sky, ed oggi alla guida di Quartarete TV. Una persona straordinariamente cordiale, un conoscitore assoluto del calcio e dei suoi lembi meno noti, oltre che penna nostalgica e raffinata.
 
A.D.V.: Darwin, anzitutto benvenuto e grazie per il tempo concessoci. Cercheremo di fare, insieme, un piccolo viaggio nel passato, nel presente e nel futuro di questo sport. Oggi, intanto, in questa prima parte della nostra intervista, che abbiamo deciso di chiamare "IL CALCIO CHE FU", partiremo dal passato. E, nel farlo, sarei anzitutto curioso di conoscere la tua opinione in merito ad una riflessione che facevo tra me e me proprio la scorsa settimana, seguendo il nostro Campionato. Tre pezzi di storia del nostro calcio - Totti, Del Piero e Inzaghi - contemporaneamente in panchina. Il tutto mentre il mondo del gossip anticipa che un altro campione loro coetaneo, Vieri, si dedicherà alla TV, ed a poche settimane dalla scelta, quantomeno anomala, di Eto'o di migrare in Russia. Allora, mi chiedo: sono da lodare i primi, perchè nonostante le loro carriere hanno ancora voglia di lottare per un posto in campo, e da deprecare gli altri, perchè hanno preferito una via, seppur diversamente, più comoda? Qual è la giusta chiave di lettura?
 
D.P.: La domanda è molto interessante, ma i casi vanno anzitutto differenziati. Vieri, ad esempio, per vari motivi ha deciso di chiudere la sua carriera. E quindi di dedicarsi ad altre attività, sfruttando il prestigio che s'è guadagnato sul campo. E' una cosa che col tempo accadrà sempre più, perchè di fatto i giocatori hanno sostituito i divi di Hollywood. Un tempo le pubblicità le facevano cantanti ed attori, oggi atleti e sportivi in generale. C'è, dal punto di vista del marketing, una scelta chiara fatta in base alle richieste dei consumatori. E poi ci sono i personaggi che non hanno ancora spento la passione della luce agonistica, e che non vogliono oscurare la luce del loro talento: e sono i giocatori che citavi tu. Del Piero e Totti, che hanno una certa età, ma che quando entrano in campo quasi sempre riescono a dare un senso alla loro partita. E discorso simile vale anche per Inzaghi. E per quanto ciò possa provocare un senso di malinconia, nel vederli fare il  riscaldamento a 10 minuti dalla fine...Ma questo appartiene anche alla storia dei grandi campioni: basti pensare ad Altafini, che a quarant'anni scendeva in campo con la maglia della Juventus, e con risultati straordinari. E poi sono scelte libere, perchè gente come Totti o Del Piero potrebbe tranquillamente chiedere di andar via, trovando facilmente una squadra disposta a farli giocare sempre. Non sono giocatori finiti, ma semplicemente messi in disparte dai loro tecnici perchè hanno alternative più funzionali alle loro idee. Caso a parte fa invece Eto'o, la cui scelta è evidentemente fondata su un parametro diverso: il denaro. La sua scelta, sì che potevano farla Totti, Inzaghi e Del Piero: ma non l'hanno fatta. Certo è che per loro potrebbe anche essere l'ultimo anno a questi livelli. Io so che Del Piero potrebbe finire in America, e la stessa cosa potrebbero fare Totti e Inzaghi. Negli States la richiesta è alta, perchè è evidente quale sia la voglia di prestigio del loro soccer.
 
A me, però, sinceramente, l'idea di vedere Del Piero negli States, a fine carriera, provoca un misto di tristezza ed angoscia...

Questo è vero, ed è ovviamente legato ad un'idea romantica e nostalgica del calcio. Per me, ad esempio, quando il mio idolo Anastasi andò via dalla Juventus fu un giorno di smarrimento. Ma andò via dopo tanti anni, e tantissimi gol...E poi, si sa, arriva un momento in cui devi rassegnarti: tu appassionato, e tu calciatore, alla carta d'identità. Ripeto, è vero il discorso che fai. Ma sempre da appassionato ti dico: a me, nella Juve, piacerebbe veder giocare un ragazzo come Ciro Immobile, una promessa del vivaio bianconero che io elogio da tempi non sospetti.
 
Ho letto una tua intervista di un anno e mezzo fa in cui ne tessevi le lodi.
 
Ecco, ne sei testimone (ride, n.d.r)...Diciamo che, forse, quando la società o l'allenatore non crede più in un simbolo, lo deve comunque tutelare. Ecco perchè, se non gli si da' spazio in campo, gli si deve dare comunque la possibilità di giocare, e regalare ancora la sua gloria a nuovi spettatori. Ciò che conta, però, è il rispetto. Ed il rispetto, oggi, c'è ancora, per Totti, Del Piero ed Inzaghi.
 
Il discorso di Immobile vale anche per Giovinco?
 
Beh, si: ma Giovinco, quando ha avuto le sue opportunità nella Juventus, non le ha sfruttate a pieno. A Parma, però è un idolo. E per quanto Conte lo voglia far tornare, Ghirardi vuole trattenerlo.
 
Cambiamo argomento. Tu, dieci anni fa, scrivevi quello splendido lavoro che è "Lettera a mio figlio sul calcio", nel quale riesci a raccontare, con solenne spontaneità e passione, a tuo figlio Santiago, quanto di splendido vi sia in questo sport. Io stesso, forse rubandoti l'idea di fondo, spesso nello scrivere cerco di interfacciarmi intellettualmente con un ragazzino, che, nella fattispecie, non è mio figlio, ma il mio cuginetto, che ha 13 anni. Ciò che mi chiedo è: ma forse sbagliamo, o siamo ingenui, nel cercare di rivolgere certi messaggi ad un interlocutore circoscritto, con lo scopo che poi arrivi a tutti? Nel cercare di trasmettere passione e purezza dello sport, non sarebbe più logico interfacciarsi con coloro a cui servirebbero davvero queste storie, e non a chi, "vergine" di questo mondo, è in grado autonomamente di maturare una sua purezza ?
 
L'idea di questo libro - che poi ha avuto un seguito con "Io, il calcio e mio papà", scritto da Pastorin e suo figlio Santiago - nasceva dalla necessità di raccontare a lui la mia vita, il mio lavoro, le persone che ho incontrato, e tutta la poesia che esiste intorno al calcio. non voleva essere un "manifesto" contro l'ipocrisia, ma soltanto la confessione d'un padre che per anni ha girato il mondo appresso ad un pallone, ed ha vissuto questo mondo, conoscendo le persone.
Scrivere per chi sbaglia...Ma chi sbaglia non ha bisogno di leggere ciò che gli si scrive, perchè è convinto di avere in tasca la verità. Il nostro è un Paese in cui chi sbaglia è convinto di essere nel giusto. Un paese in cui, seppur in una certa minoranza, esistono ancora forme di razzismo. Nel nostro, un paese di emigranti, poi, ciò è ancora più incomprensibile. Soprattutto dal mio punto di vista, che vengo da una famiglia di emigrati in Brasile. Ecco: questo lavoro non voleva nascondere nessuna morale, ma essere soltanto il modo per riprendere la mia giovinezza in una mano, e nell'altra tenere quella di mio figlio.
Ora volevo parlare di un lavoro che io non ho ancora letto, "I portieri del sogno", nel quale citi un personaggio che sembrerebbe centrare poco con la storia dei grandi numero uno del calcio. Parlo di Ernesto Che Guevara: ci racconti l'aneddoto del libro?
 
Intanto volevo ricordare che il libro ha una prefazione stupenda di Gigi Buffon, che racconta il segreto dell'esser portieri. Non solo in campo, ma soprattutto nell'animo. Poi c'è la storia del Che, che sappiamo essere un grande sportivo, nonostante l'asma l'abbia perseguitato per tutta la vita. Giocava a baseball, ma soprattutto a rugby: lo chiamavano furibondo Serna, dal cognome della madre, perchè giocava con incredibile vigore. Beh, il Che giocò anche a calcio, e parò addirittura un rigore: e questo fatto passò alla storia. E, durante il viaggio che fece con l'amico Alberto Granado, a bordo della 'poderosa', la loro mitica e improbabile motocicletta, quando finirono a praticare sport c'è l'attimo della partita a pallone, che diventa l'occasione per questo fantastico momento di calcio. Teniamo presente che Ernesto era un medico, e Granado studiava farmacia: e scelsero entrambi di sposare la rivoluzione cubana. E quando Granado decide di raggiungere il Che a Cuba, ricorda, tra i vari episodi, proprio quello del rigore parato da Ernesto Che Guevara in una partita. Ed un altro episodio da ricordare, sempre legato a loro, è quando andarono a chiedere l'autografo ad Alfredo Di Stefano: un loro idolo calcistico.
 
Sempre prendendo spunto dai tuoi libri, ieri rileggevo dei passi di "Ti ricordi, Baggio, di quel rigore?". Durante i Mondiali del '94 ero un bambino, ma è da allora che mi pongo una domanda, che forse è solo un triste gioco di etica e fantasia. Ma, se esiste una legge universale di equità di questo sport, in base alla quale quanto di buono si fa nella propria vita di atleta viene sempre e comunque ricompensato, in qualche misura...Com'è possibile sbagliare quel rigore, se sei Baggio, e soprattutto dopo aver giocato quel Mondiale? Insomma, quel rigore, Baggio, l'ha sbagliato davvero?

Beh...Se parliamo del calcio come metafora della vita, ci sta tutto questo. Ci sta che si arrivi ad un qualsiasi traguardo, ed, a un certo punto, venga commesso ingenuamente l'errore che, purtroppo, segnerà la propria vita. In quel momento Baggio diventò il nostro Achille: che sembrava imbattibile, ma che aveva un punto debole...Nel tallone. O forse è stato Ayrton Senna a far andare alto quel pallone, per far vincere il Brasile. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che in quella partita sbagliarono pure Massaro e Baresi. Io c'ero, lì, al Rose Bowl di Pasadena, da inviato di Tuttosport, peraltro molto dibattuto, durante quella finale, tra i miei due amori, Brasile e Italia. E durante la rincorsa di Roberto, verso il pallone, realizzai qual è la vera etica ed il pathos che sta dentro ad un attimo così maestoso. Sarebbe stato troppo facile veder segnare Baggio, e veder sbagliare, magari, Evani: avesse sbagliato Evani, forse, non ci sarebbe stata etica. E poi, per intenderci: io una volta, nel 1987, ricordo di aver visto, durante la Coppa Pelè per veterani, in un campetto di periferia di San Paolo del Brasile, e sotto una pioggia sottile, proprio Pelè sbagliare tre rigori di fila. Tutti e tre respinti dal suo ex compagno del Santos Renato. E poi, si sa, i rigori li sbagliano solo i grandissimi.
 
...E chi ha il coraggio di tirarli.
 
...Già.
 
Un ultima domanda per rimanere nel mondo del 'calcio che fu', e poi ci dedicheremo al 'calcio che è'. Tu, sempre nella 'lettera', descrivi Diego Armando Maradona come meglio non si potrebbe. E lo fai così: "...il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei secoli, un altro come lui. Ha fatto dell'imperfezione la perfezione. Piccolo, gonfio, dedito ad albe stanche, svogliate e sbagliate, vittima di falsi amici e della volontà di andare oltre ogni regola, Maradona ha trasformato un semplicissimo pallone di cuoio in uno scrigno di bellezza". Banalmente, oggi, ti chiederemmo del solito confronto storico tra lui e Pelè. Ma sarei lieto se soddisfassi una mia forse feticcia curiosità, che riguarda lui, ed il suo erede designato, Messi. Ma se Diego avesse avuto l'impostazione caratteriale di Lionel, e viceversa, cosa sarebbe cambiato nella storia del calcio?
 
Beh, il paragone tra Pelè e Maradona è infattibile. Sono epoche diverse, e per questo non comparabili. Sarebbe semmai possibile confrontare Diego con Platini o Zico, semmai. E poi, di Pelè, molte cose noi non le conosciamo, e non le abbiamo viste. Anche se a sentire i racconti di Sormani e Altafini fece cose gigantesche. Di Maradona, invece, sappiamo tutto, forse anche troppo. Maradona con la testa di Messi...Proprio non riesco ad immaginarlo.
 
...Forse non sarebbe diventato Maradona. Oppure, come è facile pensare, si potrebbe immaginare che uno come Diego, con l'equilibrio e la professionalità di Messi, forse avrebbe fatto ancora di più. Sempre che fare di più di quel che ha fatto sia umanamente possibile.
 
Beh, questo non credo. Maradona era così, io ho avuto anche la fortuna ed il piacere di conoscerlo. Ero con lui sull'aereo che lo portò da Barcellona a Napoli, e con lui ho avuto anche un lungo rapporto d'amicizia. Di lui, in molti, riportano solo le notti sbagliate, e gli errori, e mai tutto il bene che ha fatto. La beneficenza, e quant'altro. Peraltro, in questo momento, gli sono molto vicino, perchè ha perso la mamma. Per capirci: io lo definii "il Borges del calcio". E continuo a farlo, perchè aveva i suoi vizi, come tanti, solo che alcuni hanno saputo celarli meglio, magari con ipocrisia. Lui, almeno, ha fatto tutto alla luce del sole. Ha sbagliato, ha pagato, è rinato: per me rimane il più grande. E di lui ho un'altro ricordo straordinario: un giorno di alcuni anni fa, ero ad un appuntamento letterario insieme a Luis Sepulveda, per un’intervista televisiva con lo scrittore cileno. In quel momento mi chiama, al telefonino, Salvatore Bagni da Cesenatico. Mi dice: «Sono qui con Maradona, vuole salutarti». Parlo con Diego, lo saluto, e gli dico che sono a pochi metri da Sepulveda. Lui non resiste:
«Lo stimo, voglio conoscerlo! Mi piacciono i suoi romanzi!». Glielo passo, al cellulare. I due si parlano, come vecchi amici. E io, quel telefonino, l’ho messo da parte, come un cimelio.

Direi...
 
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