Oggi, per la serie di interviste esclusive del nostro network, Fantagazzetta è lieta di ospitare il giornalista e scrittore Darwin Pastorin, firma storica e prestigiosa de 'Il Manifesto' , 'l'Unità', 'La Stampa', 'Il Messaggero', 'Tuttosport', 'Guerin Sportivo', volto noto di 'La7', Direttore della Redazione sportiva di Telepiù, Stream, Sky, ed oggi alla guida di Quartarete TV. Una persona straordinariamente cordiale, un conoscitore assoluto del calcio e dei suoi lembi meno noti, oltre che penna nostalgica e raffinata.
A.D.V.: Darwin, anzitutto benvenuto e grazie per il tempo concessoci. Cercheremo di fare, insieme, un piccolo viaggio nel passato, nel presente e nel futuro di questo sport. Oggi, intanto, in questa prima parte della nostra intervista, che abbiamo deciso di chiamare "IL CALCIO CHE FU", partiremo dal passato. E, nel farlo, sarei anzitutto curioso di conoscere la tua opinione in merito ad una riflessione che facevo tra me e me proprio la scorsa settimana, seguendo il nostro Campionato. Tre pezzi di storia del nostro calcio - Totti, Del Piero e Inzaghi - contemporaneamente in panchina. Il tutto mentre il mondo del gossip anticipa che un altro campione loro coetaneo, Vieri, si dedicherà alla TV, ed a poche settimane dalla scelta, quantomeno anomala, di Eto'o di migrare in Russia. Allora, mi chiedo: sono da lodare i primi, perchè nonostante le loro carriere hanno ancora voglia di lottare per un posto in campo, e da deprecare gli altri, perchè hanno preferito una via, seppur diversamente, più comoda? Qual è la giusta chiave di lettura?
D.P.: La domanda è molto interessante, ma i casi vanno anzitutto differenziati. Vieri, ad esempio, per vari motivi ha deciso di chiudere la sua carriera. E quindi di dedicarsi ad altre attività, sfruttando il prestigio che s'è guadagnato sul campo. E' una cosa che col tempo accadrà sempre più, perchè di fatto i giocatori hanno sostituito i divi di Hollywood. Un tempo le pubblicità le facevano cantanti ed attori, oggi atleti e sportivi in generale. C'è, dal punto di vista del marketing, una scelta chiara fatta in base alle richieste dei consumatori. E poi ci sono i personaggi che non hanno ancora spento la passione della luce agonistica, e che non vogliono oscurare la luce del loro talento: e sono i giocatori che citavi tu. Del Piero e Totti, che hanno una certa età, ma che quando entrano in campo quasi sempre riescono a dare un senso alla loro partita. E discorso simile vale anche per Inzaghi. E per quanto ciò possa provocare un senso di malinconia, nel vederli fare il riscaldamento a 10 minuti dalla fine...Ma questo appartiene anche alla storia dei grandi campioni: basti pensare ad Altafini, che a quarant'anni scendeva in campo con la maglia della Juventus, e con risultati straordinari. E poi sono scelte libere, perchè gente come Totti o Del Piero potrebbe tranquillamente chiedere di andar via, trovando facilmente una squadra disposta a farli giocare sempre. Non sono giocatori finiti, ma semplicemente messi in disparte dai loro tecnici perchè hanno alternative più funzionali alle loro idee. Caso a parte fa invece Eto'o, la cui scelta è evidentemente fondata su un parametro diverso: il denaro. La sua scelta, sì che potevano farla Totti, Inzaghi e Del Piero: ma non l'hanno fatta. Certo è che per loro potrebbe anche essere l'ultimo anno a questi livelli. Io so che Del Piero potrebbe finire in America, e la stessa cosa potrebbero fare Totti e Inzaghi. Negli States la richiesta è alta, perchè è evidente quale sia la voglia di prestigio del loro soccer.
A me, però, sinceramente, l'idea di vedere Del Piero negli States, a fine carriera, provoca un misto di tristezza ed angoscia...
Questo è vero, ed è ovviamente legato ad un'idea romantica e nostalgica del calcio. Per me, ad esempio, quando il mio idolo Anastasi andò via dalla Juventus fu un giorno di smarrimento. Ma andò via dopo tanti anni, e tantissimi gol...E poi, si sa, arriva un momento in cui devi rassegnarti: tu appassionato, e tu calciatore, alla carta d'identità. Ripeto, è vero il discorso che fai. Ma sempre da appassionato ti dico: a me, nella Juve, piacerebbe veder giocare un ragazzo come Ciro Immobile, una promessa del vivaio bianconero che io elogio da tempi non sospetti.
Ho letto una tua intervista di un anno e mezzo fa in cui ne tessevi le lodi.
Ecco, ne sei testimone (ride, n.d.r)...Diciamo che, forse, quando la società o l'allenatore non crede più in un simbolo, lo deve comunque tutelare. Ecco perchè, se non gli si da' spazio in campo, gli si deve dare comunque la possibilità di giocare, e regalare ancora la sua gloria a nuovi spettatori. Ciò che conta, però, è il rispetto. Ed il rispetto, oggi, c'è ancora, per Totti, Del Piero ed Inzaghi.
Il discorso di Immobile vale anche per Giovinco?
Beh, si: ma Giovinco, quando ha avuto le sue opportunità nella Juventus, non le ha sfruttate a pieno. A Parma, però è un idolo. E per quanto Conte lo voglia far tornare, Ghirardi vuole trattenerlo.
Cambiamo argomento. Tu, dieci anni fa, scrivevi quello splendido lavoro che è "Lettera a mio figlio sul calcio", nel quale riesci a raccontare, con solenne spontaneità e passione, a tuo figlio Santiago, quanto di splendido vi sia in questo sport. Io stesso, forse rubandoti l'idea di fondo, spesso nello scrivere cerco di interfacciarmi intellettualmente con un ragazzino, che, nella fattispecie, non è mio figlio, ma il mio cuginetto, che ha 13 anni. Ciò che mi chiedo è: ma forse sbagliamo, o siamo ingenui, nel cercare di rivolgere certi messaggi ad un interlocutore circoscritto, con lo scopo che poi arrivi a tutti? Nel cercare di trasmettere passione e purezza dello sport, non sarebbe più logico interfacciarsi con coloro a cui servirebbero davvero queste storie, e non a chi, "vergine" di questo mondo, è in grado autonomamente di maturare una sua purezza ?
L'idea di questo libro - che poi ha avuto un seguito con "Io, il calcio e mio papà", scritto da Pastorin e suo figlio Santiago - nasceva dalla necessità di raccontare a lui la mia vita, il mio lavoro, le persone che ho incontrato, e tutta la poesia che esiste intorno al calcio. non voleva essere un "manifesto" contro l'ipocrisia, ma soltanto la confessione d'un padre che per anni ha girato il mondo appresso ad un pallone, ed ha vissuto questo mondo, conoscendo le persone.
Scrivere per chi sbaglia...Ma chi sbaglia non ha bisogno di leggere ciò che gli si scrive, perchè è convinto di avere in tasca la verità. Il nostro è un Paese in cui chi sbaglia è convinto di essere nel giusto. Un paese in cui, seppur in una certa minoranza, esistono ancora forme di razzismo. Nel nostro, un paese di emigranti, poi, ciò è ancora più incomprensibile. Soprattutto dal mio punto di vista, che vengo da una famiglia di emigrati in Brasile. Ecco: questo lavoro non voleva nascondere nessuna morale, ma essere soltanto il modo per riprendere la mia giovinezza in una mano, e nell'altra tenere quella di mio figlio.
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Ora volevo parlare di un lavoro che io non ho ancora letto, "I portieri
del sogno", nel quale citi un personaggio che sembrerebbe centrare poco
con la storia dei grandi numero uno del calcio. Parlo di Ernesto Che
Guevara: ci racconti l'aneddoto del libro?
Intanto volevo ricordare che il libro ha una prefazione stupenda di Gigi
Buffon, che racconta il segreto dell'esser portieri. Non solo in campo,
ma soprattutto nell'animo. Poi c'è la storia del Che, che sappiamo
essere un grande sportivo, nonostante l'asma l'abbia perseguitato per
tutta la vita. Giocava a baseball, ma soprattutto a rugby: lo chiamavano
furibondo Serna, dal cognome della madre, perchè giocava con
incredibile vigore. Beh, il Che giocò anche a calcio, e parò addirittura
un rigore: e questo fatto passò alla storia. E, durante il viaggio che
fece con l'amico Alberto Granado, a bordo della 'poderosa', la loro
mitica e improbabile motocicletta, quando finirono a praticare sport c'è
l'attimo della partita a pallone, che diventa l'occasione per questo
fantastico momento di calcio. Teniamo presente che Ernesto era un
medico, e Granado studiava farmacia: e scelsero entrambi di sposare la
rivoluzione cubana. E quando Granado decide di raggiungere il Che a
Cuba, ricorda, tra i vari episodi, proprio quello del rigore parato da
Ernesto Che Guevara in una partita. Ed un altro episodio da ricordare,
sempre legato a loro, è quando andarono a chiedere l'autografo ad
Alfredo Di Stefano: un loro idolo calcistico.
Sempre prendendo spunto dai tuoi libri, ieri rileggevo dei passi di "Ti
ricordi, Baggio, di quel rigore?". Durante i Mondiali del '94 ero un
bambino, ma è da allora che mi pongo una domanda, che forse è solo un
triste gioco di etica e fantasia. Ma, se esiste una legge universale di
equità di questo sport, in base alla quale quanto di buono si fa nella
propria vita di atleta viene sempre e comunque ricompensato, in qualche
misura...Com'è possibile sbagliare quel rigore, se sei Baggio, e
soprattutto dopo aver giocato quel Mondiale? Insomma, quel rigore,
Baggio, l'ha sbagliato davvero?
Beh...Se parliamo del calcio come metafora della vita, ci sta tutto
questo. Ci sta che si arrivi ad un qualsiasi traguardo, ed, a un certo
punto, venga commesso ingenuamente l'errore che, purtroppo, segnerà la
propria vita. In quel momento Baggio diventò il nostro Achille: che
sembrava imbattibile, ma che aveva un punto debole...Nel tallone. O
forse è stato Ayrton Senna a far andare alto quel pallone, per far
vincere il Brasile. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che in quella
partita sbagliarono pure Massaro e Baresi. Io c'ero, lì, al Rose Bowl di
Pasadena, da inviato di Tuttosport, peraltro molto dibattuto, durante
quella finale, tra i miei due amori, Brasile e Italia. E durante la
rincorsa di Roberto, verso il pallone, realizzai qual è la vera etica ed
il pathos che sta dentro ad un attimo così maestoso. Sarebbe stato
troppo facile veder segnare Baggio, e veder sbagliare, magari, Evani:
avesse sbagliato Evani, forse, non ci sarebbe stata etica. E poi, per
intenderci: io una volta, nel 1987, ricordo di aver visto, durante la
Coppa Pelè per veterani, in un campetto di periferia di San Paolo del
Brasile, e sotto una pioggia sottile, proprio Pelè sbagliare tre rigori
di fila. Tutti e tre respinti dal suo ex compagno del Santos Renato. E
poi, si sa, i rigori li sbagliano solo i grandissimi.
...E chi ha il coraggio di tirarli.
...Già.
Un ultima domanda per rimanere nel mondo del 'calcio che fu', e poi ci
dedicheremo al 'calcio che è'. Tu, sempre nella 'lettera', descrivi
Diego Armando Maradona come meglio non si potrebbe. E lo fai così:
"...il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando
Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei
secoli, un altro come lui. Ha fatto dell'imperfezione la perfezione.
Piccolo, gonfio, dedito ad albe stanche, svogliate e sbagliate, vittima
di falsi amici e della volontà di andare oltre ogni regola, Maradona ha
trasformato un semplicissimo pallone di cuoio in uno scrigno di
bellezza". Banalmente, oggi, ti chiederemmo del solito confronto storico
tra lui e Pelè. Ma sarei lieto se soddisfassi una mia forse feticcia
curiosità, che riguarda lui, ed il suo erede designato, Messi. Ma se
Diego avesse avuto l'impostazione caratteriale di Lionel, e viceversa,
cosa sarebbe cambiato nella storia del calcio?
Beh, il paragone tra Pelè e Maradona è infattibile. Sono epoche diverse,
e per questo non comparabili. Sarebbe semmai possibile confrontare
Diego con Platini o Zico, semmai. E poi, di Pelè, molte cose noi non le
conosciamo, e non le abbiamo viste. Anche se a sentire i racconti di
Sormani e Altafini fece cose gigantesche. Di Maradona, invece, sappiamo
tutto, forse anche troppo. Maradona con la testa di Messi...Proprio non
riesco ad immaginarlo.
...Forse non sarebbe diventato Maradona. Oppure, come è facile pensare,
si potrebbe immaginare che uno come Diego, con l'equilibrio e la
professionalità di Messi, forse avrebbe fatto ancora di più. Sempre che
fare di più di quel che ha fatto sia umanamente possibile.
Beh, questo non credo. Maradona era così, io ho avuto anche la fortuna
ed il piacere di conoscerlo. Ero con lui sull'aereo che lo portò da
Barcellona a Napoli, e con lui ho avuto anche un lungo rapporto
d'amicizia. Di lui, in molti, riportano solo le notti sbagliate, e gli
errori, e mai tutto il bene che ha fatto. La beneficenza, e quant'altro.
Peraltro, in questo momento, gli sono molto vicino, perchè ha perso la
mamma. Per capirci: io lo definii "il Borges del calcio". E continuo a
farlo, perchè aveva i suoi vizi, come tanti, solo che alcuni hanno
saputo celarli meglio, magari con ipocrisia. Lui, almeno, ha fatto tutto
alla luce del sole. Ha sbagliato, ha pagato, è rinato: per me rimane il
più grande. E di lui ho un'altro ricordo straordinario: un giorno di
alcuni anni fa, ero ad un appuntamento letterario insieme a Luis
Sepulveda, per un’intervista televisiva con lo scrittore cileno. In quel
momento mi chiama, al telefonino, Salvatore Bagni da Cesenatico. Mi
dice: «Sono qui con Maradona, vuole salutarti». Parlo con Diego, lo
saluto, e gli dico che sono a pochi metri da Sepulveda. Lui non resiste:
«Lo stimo, voglio conoscerlo! Mi piacciono i suoi romanzi!». Glielo
passo, al cellulare. I due si parlano, come vecchi amici. E io, quel
telefonino, l’ho messo da parte, come un cimelio.
Direi... |