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L'Europa cancella le frontiere sui diritti tv del calcio Stampa E-mail
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diritti-media-calcio.jpg05/10/2011, Daniele Lepido - ilsole24ore.com
Cataclisma in vista sui diritti televisivi del calcio, in Italia un tesoretto da due miliardi e mezzo in tre anni per la Lega di Serie A, che corrisponde a un capitolo di spesa altrettanto importante per le emittenti, prime fra tutte Sky e Mediaset.
La "bomba" normativa è arrivata ieri, con una sentenza della Corte di Giustizia europea che molti esperti hanno già definito potenzialmente rivoluzionaria, anche se gli effetti sono ancora tutti da verificare: «È contrario al diritto dell'Unione – hanno scritto i giudici di Lussemburgo – un sistema di licenze per la ritrasmissione degli incontri di calcio che riconosce agli enti di radiodiffusione un'esclusiva territoriale per Stato membro e che vieta ai telespettatori di seguire le trasmissioni con una scheda di decodificazione in altri Stati».
Detto in altre parole, vengono meno i principi di territorialità e di esclusività dei diritti televisivi del mondo del pallone, caratteristica che li aveva resi tanto cari fino a oggi. Una sorta di liberalizzazione delle royalties dell'etere legate alle partite, che parte da un caso specifico. A portare infatti a questa sentenza è stata la richiesta di una interpretazione del diritto dell'Unione da parte della High Court britannica prima di decidere sulle cause – civili e penali – intentate proprio dalla Premier League contro i proprietari di alcuni pub inglesi (in particolare contro la signora Karen Murphy, si veda l'articolo qui affianco), che avevano trovato il modo di spendere meno di quanto chiedeva Sky acquistando schede e decoder da una pay-tv greca. Il commento era in greco, ma per il pubblico dei bar quello che contava erano le immagini.
La Corte ha rilevato che «una normativa che vieti l'importazione, la vendita o l'utilizzazione di schede di decodificazione straniere è contraria alla libera prestazione dei servizi» e non può essere giustificata né per «tutelare i diritti di proprietà intellettuale» né «per incoraggiare l'affluenza del pubblico negli stadi». In particolare, la Corte ha sentenziato che gli incontri sportivi «non possono essere considerati creazioni intellettuali proprie di un autore» aggiungendo che se anche «la normativa nazionale riconoscesse agli incontri sportivi» una tutela analoga a quella sul diritto d'autore, il divieto di utilizzare schede televisive straniere va «al di là di quanto necessario per garantire un'adeguata remunerazione dei titolari di tali diritti».
Nello specifico i giudici rilevano che «è possibile prendere in considerazione l'audience effettiva e potenziale» di un campionato in tutto il territorio del Vecchio Continente, con la conclusione che «non è necessario limitare la libera circolazione dei servizi».
E anche «il versamento di un supplemento da parte delle emittenti televisive per assicurarsi un'esclusiva assoluta» è contrario ai principi del mercato unico perché «tale pratica può condurre a differenze di prezzo artificiose».
In pratica la sentenza induce alla concorrenza diretta fra le emittenti televisive satellitari europee, che avranno tutte un bacino d'utenza molto più ampio di quello finora definito su base nazionale. E le Leghe potranno vendere più volte i diritti sui loro campionati in base, forse, alle lingue parlate.
Solo ipotesi, perché l'unico punto sul quale le Leghe hanno avuto ragione nel difendere lo status quo è nel riconoscimento del diritto d'autore sui loro «loghi, inni e sigle», una specie di "contentino". I giudici hanno stabilito che «la trasmissione in bar-ristoranti» di tali sequenze «costituisce una comunicazione al pubblico ai sensi della direttiva sul diritto d'autore per la quale è necessaria l'autorizzazione».
Una vicenda che richiama alla mente, almeno per analogia, la nota sentenza Bosman del 1995, con la quale la Corte comunitaria diede il via al "libero scambio" dei calciatori con cittadinanza europea, con la possibilità di trasferirsi gratuitamente a un altro club alla scadenza del contratto. Allora però le televisioni erano un'altra cosa e internet un luogo virtuale per "smanettoni".
 
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