A cinque minuti da qui, in un altro hotel di Londra, il cuore inglese di uno sport inglese come la F1 celebra se stesso. C’è la consegna dei premi di Autosport, una specie di Pallone d’oro dei motori. I sudditi di sua Maestà ignorano però che il miglior testimonial della Formula è quest’americano vestito di nero (pantaloni e camicia oversize), che ama giocare a basket e trova «metafisico» il baseball, seduto al Charlotte hotel di Londra davanti a cappuccino, uova e frutta fresca, con la barba rossa e un sorriso familiare ad almeno due generazioni di italiani. Richie Cunningham di Happy Days, ebbene sì, lui. Ma due Oscar e quattro nomination dopo, si può dire Ron Howard, uno dei registi più famosi di Hollywood. La sua assistente aveva chiesto quanto sarebbe durata l’intervista. «Venti minuti? Mezz’ora?», era stato l’azzardo. Invece l’assistente non c’è, Ron ci fa accomodare, manda un’email dall’Ipad e poi racconta per un’ora e mezza. Il bravo ragazzo non era solo Richie. Felice di parlare per la prima volta di Rush, il film che sta preparando (inizio riprese a fine febbraio, uscita nel 2013) sulla rivalità tra James Hunt e Niki Lauda, sul ’76, sulla F1 di quei tempi in cui sui circuiti si sorrideva alla morte.
A che punto è la scrittura di «Rush» e, a proposito, sarà il titolo definitivo del film?
«Ancora non è sicuro al 100%, ne stanno parlando... Diciamo che sono a metà del lavoro. La F1 è un mondo fantastico e sto ancora imparando. È come quando dovevo studiare la vita degli astronauti della Nasa per Apollo 13 o, vent’anni fa, il mondo dei vigili del fuoco per Backdraft e ho speso molto tempo a Chicago con loro. Alla fine in entrambi i casi ero molto orgoglioso delle reazioni positive dei pompieri e di chi lavora alla Nasa, spero voi reagirete allo stesso modo».
Cosa la affascina di più nella F1?
«Non sono un grande appassionato di motori, ma ho fatto anche un film sulla boxe, Cinderella Man, senza essere fan degli sport da combattimento. Amo guardare il baseball e il suo ritmo metafisico e mi piace giocare a basket. Però mi affascina la figura dell’atleta solitario — mio figlio sta diventando un golfista professionista tra l’altro — e ho cominciato a notare le differenze tra chi cerca di eccellere facendo parte di una squadra e chi invece deve contare solo su se stesso. La F1 è una combinazione magica di uomo, macchina e squadra. Come in Apollo 13: non c’erano solo gli uomini nella navicella ma anche quelli nella sala controllo. Quello che vorrei che gli americani vedessero è l’aspetto umano, emotivo di questa interazione».
Sarebbe stato più facile girare un film su basket o baseball, la F1 negli Stati Uniti non riesce a sfondare.
«Cerco sempre di fare qualcosa di unico, qualcosa che è difficile vedere sugli schermi anche se poi mi piace trovare un filo conduttore tra i miei diversi film. Ciò che mi affascina del film sulla F1 è che grazie alle moderne tecnologie di ripresa potrà e dovrà sembrare autentico e darà la possibilità di far vedere questo sport in modo mai visto prima. Così com’è stato per il fuoco in Backdraft o per l’assenza di gravità in Apollo 13».
Il film sarà soprattutto sulla rivalità tra Lauda e Hunt?
«Sì. Amo lo spettacolo in un film, amo l’azione, ma quello che più mi importa è la storia. Sa, sono cresciuto da attore, per cui al centro ci sono sempre i personaggi. Sto lavorando con Peter Morgan, che è un grande sceneggiatore (The Queen, L’ultimo re di Scozia, Frost/Nixon che ho diretto io). Lauda è un personaggio così affascinante e ho avuto l’occasione di incontrarlo. Hunt è il suo opposto. Ma è incredibile, pur così diversi ci sono così tante similitudini nascoste tra i due».
Nel film si vedono l’incidente di Lauda al Nurburgring, il ritorno in pista a tempo di record e poi l’ammissione della paura e l’abbandono al Fuji, con il titolo vinto da Hunt per un punto?
«Ero bambino, mi ricordo le immagini dell’incidente di Niki... C’è questo, ma non voglio dire troppo perché stiamo ancora scrivendo la sceneggiatura. Comunque credo che sia più affascinante soffermarmi sulla rivalità tra i due, il loro conflitto, ma anche il rispetto che li univa. Se oggi senti parlare Niki di Hunt, ok, prima fa molte battute sulle donne di James, scherza perché Hunt era un hippy, ma poi diventa serio, e ti dice che era uno straordinario pilota e un rivale vero. Ho avuto la fantastica opportunità di andare a Maranello con Lauda e ho conosciuto Montezemolo, che è un uomo incredibilmente carismatico. Ho parlato un’ora con lui, è stato come prendere una settimana di lezioni!. A proposito, è vero che entra in politica?».
Lasciamo perdere. A proposito di Ferrari, sa che è uno degli orgogli d’Italia? Cosa significa per lei? Ama le macchine veloci?
«Ho sempre abitato in città, e mai speso soldi nelle auto di lusso. Forse sarà per le mie origini contadine, chissà... Il mio amico Salvatore, di origini italiane, al liceo mi parlava sempre di macchine, mentre io volevo parlare di film e altri sport. Gli ho scritto che a maggio gireremo con le macchine vere, di prendersi una vacanza e di venire a trovarmi... Ma ogni bambino nel mondo sogna di avere una Ferrari e quando ne vedi una per strada, è come una bella donna, non puoi evitare di guardarla, sorry! C’è qualcosa di primario... E qui mi viene in mente un’altra cosa della F1...».
Prego.
«Ecco combina la più moderna tecnologia, il design, l’ingegneria con un
istinto primario che ricorda le corse dei cavalli o, che so, le scalate
delle montagne. È qualcosa che c’è dentro l’essere umano, che spinge a
mettere alla prova se stessi per il proprio orgoglio, per dimostrare
qualcosa o per capire fin dove è possibile arrivare. Vorrei che gli
appassionati potessero riconoscere questi aspetti, e che chi non segue
la F1 potesse scoprire qualcosa di eccitante e fresco. Il mio lavoro è
parlare a entrambi».
Come ci si riesce?
«Uno dei primi film che ho girato era una fiction sul giornalismo a New
York, si chiamava The Paper, era il ‘93. Ho passato un sacco di tempo al
Daily News e al New York Post guardando i giornalisti. Volevo fare
capire agli spettatori la pressione della scadenza da rispettare che c’è
nel vostro lavoro, ma non sapevo come fare. Ho cominciato a guardare
film con i registi che spiegavano come si facevano i film. Ho trovato un
sacco di stronzate, ma ho capito che per forza di cose in un film
bisogna condensare, semplificare e che l’importante è trarre sempre il
vero spirito della situazione. Questo è quello che voglio fare con la
F1. Vorrei che la gente si sentisse nel paddock del ’76. Voglio
raccontare di un mondo divertente. Negli anni 70 la F1 era un ambiente
affascinante, glamour, giocoso, pieno di eccitazione e di energia
positiva, che si sente ancora ma all’epoca di più perché c’era meno
business. Con questo film voglio guadagnare il rispetto degli
appassionati — e c’è un pool di esperti, Lauda compreso, per evitare
stupidi errori —, ma voglio un film di intrattenimento per tutti».
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La F1 è cinematografica di per sé, penso ai pit stop? Oppure è difficile girare un film così?
«È vero, la F1 è teatrale, ma la difficoltà da un punto di vista
cinematografico è che per via del casco, si vedono solo gli occhi dei
piloti e devi riuscire a rendere il coinvolgimento emotivo che si prova
nell’abitacolo. Poi la F1 ha un suo ritmo che cercheremo di rispettare.
Ci sarà una colonna sonora, ma per esempio il motore di una Ferrari è
già musica di per sé e non puoi farle concorrenza. A me è piaciuto molto
come hanno usato l’audio nel documentario Senna, per esempio, con i
commenti in sottofondo che aiutavano a seguire la storia. In Rush sarà
molto difficile la post produzione, gli effetti, l’editing. Ci
concentreremo su 4 gare del ’76 e con degli higlights cercheremo di
riassumere le altre. È un film molto diverso da quelli che ho fatto
finora, può diventare il mio migliore».
Torniamo al suo incontro con Lauda. Ci racconta qualcosa?
«Più che altro sono stato suo passeggero. È stato molto divertente
perché il primo giro a Fiorano sulla FF ha detto: "Ah non l’hanno
cambiata molto questa pista da allora". Al secondo mi fa: "Ok adesso
andiamo davvero" e beh, le curve sono state incredibile».
Che impressione le ha fatto Lauda. Sa che in F1 è famoso per essere
tirchio? A Merzario, l’uomo che gli ha salvato la vita, pare abbia
regalato un orologio e nemmeno troppo prezioso. E a proposito, Merzario
ha un ruolo nel suo film?
«Non la conoscevo questa storia, devo indagare, magari gli ha regalato
un Timex! Merzario c’è ma non l’abbiamo approfondito. Per me Niki è un
uomo molto semplice, uno che arriva alla logica base delle cose. È un
tipo molto diretto, strategico, e questo è un elemento della storia. Poi
nessuno è una sola cosa. Per questo vale la pena di fare un film e non
un semplice documentario, perché in questo modo esplori il lato umano
grazie all’interpretazione e alla creatività. Questo non è un docudrama,
è un film ispirato dagli eventi reali».
Si parla di grandi nomi nel cast: Russel Crowe per esempio che
interpreta Richard Burton, colui che ‘‘ruba’’ la moglie a James Hunt.
«Vedremo, se ci sarà lui o qualsiasi altra star, sarà comunque una parte minima».
Parliamo degli attori principali allora. Niki è Daniel Bruhl, Hunt è Chris Hemsworth. Su che base li ha scelti?
«Bruhl intanto è di lingua tedesca, è importante l’autenticità della
lingua. Ho guardato i suoi lavori, è un ottimo attore, mi piace il modo
in cui si trasforma, è un camaleonte. Per esempio non è austriaco ma sta
lavorando sull’accento. È un giovane Daniel Day Lewis o un giovane
Russel Crowe. Si sta impegnando tantissimo, sta passando molto tempo con
Lauda, assomiglia a Niki giovane. Hemsworth ha fatto un’audizione:
aveva carisma, sicurezza in se stesso, sensualità... Assomiglia molto a
Hunt, adesso sta dimagrendo molto per ricordarlo di più. Inoltre suo
padre era un corridore di moto in Australia, quindi lui è cresciuto nei
garage, conosce l’ambiente e questo aiuta. I personaggi principali sono
loro poi ci sono Olivia Wilde, che interpreta Suzy Miller, la moglie di
Hunt e Alexandra Maria Lara, che fa Marlene, la moglie di Niki».
Si è ispirato ai grandi film sulle corse del passato, come Grand prix di
Frankenheimer (con Yves Montand), Indianapolis pista infernale di
Goldstone (con Paul Newman) o Le 24 ore di Le Mans di Katzin (con Steve
McQueen)?
«Indianapolis non l’ho visto. Di solito nel mio ufficio ho due tre
monitor dove vanno non stop film, documentari, clip da youtube, riprese
di gare, sorpassi spettacolari. È un richiamo costante per tutti:
dobbiamo avere delle scene che siano straordinarie come quelle vere. È
un metodo che uso da 8-9 anni con tutti i miei film. È quasi come un
lavoro subliminale che dà ispirazione a tutti. I documentari delle corse
sono molto belli da guardare, sono filmati molto bene, hanno delle
camere sul casco o in macchina. Questo ci ricorda quello che l’audience
si aspetta».
Ci saranno altri personaggi della F1 nel film? «Montezemolo, Enzo
Ferrari anche in un paio di scene. Lauda è il primo a parlare moltissimo
della squadra, ad ammettere che la differenza l’ha sempre fatta la
macchina».
L’ultima cosa. Spero non la disturbi se le ricordo di Happy Days? Forse
dopo due Oscar è strano essere ricordato ancora come Richie, ma per noi
italiani lei resta una specie di icona.
«Non mi disturba affatto. Se mi chiede quali sono gli aspetti più
importanti della mia carriera, beh sono un regista. Ma mi fa tenerezza e
nostalgia ripensare alla mia vita da attore e quella è stata la base
della mia carriera. Richie lo vedo un po’ come un soprannome. Tante
persone mi salutano come Rickie, magari preferirei che mi facessero i
complimenti per il mio ultimo film, ma comunque quando succede sento
un’energia positiva e non mi imbarazza per niente. Quando ero giovane mi
sentivo un po’ limitato da questo, ma siccome sono riuscito a fare la
carriera che volevo, adesso mi fa tenerezza. Pensi che negli States ho
avuto una parte in uno show popolare come Happy Days, dal ’60 al ’68, mi
chiamavo Opie. Beh c’è gente che mi chiama ancora così per un
personaggio che facevo quando avevo sei anni! Quindi si senta libera di
chiamarmi Richie!». |