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I tifosi italiani del Manchester: "Le star non fanno per noi" |
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| I tifosi italiani del Manchester: "Le star non fanno per noi" |
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21 Gennaio 2009, Roberto Stracca- Corriere della seraPer la vecchia guardia galeotto fu negli anni 70 l' incontro ravvicinato con gli inglesi che cantavano «Blue Moon», l' inno del City. Per Filippo e gli altri giovani senesi, tutti contradaioli de La Selva, è stato amore a prima vista grazie a Sky. Per molti dei veneti è colpa della magia della maglia azzurro cielo («Sky Blue»).
Per quelli di Lecce è una scelta nel nome di Jimmy Grimble e del calcio
romantico. C' è in Italia una comunità trasversale di «tutti pazzi» per
l' altra metà calcistica di Manchester. Sono 127, tra i 20 e i 60 anni.
Comunicano via internet. Appena possono, vanno in Inghilterra. E per
questo non finiscono di ringraziare chi ha inventato i voli low cost.
Romanisti e laziali viaggiano però separati. Ci sono distanze
calcistiche che non si possono annullare. Anche se il nemico comune si
chiama United, «il club dei figli grassi dei ricchi macellai e la
società che fa marketing per il tifo all' estero». Ma oggi, grazie ai
soldi dello sceicco, i citizens nostrani, non si sentono il nerd che
porta al ballo la più bella della scuola? «No, perché lo sceicco ha
promesso di non snaturare la storia del City: una squadra giovane e
inglese o britannica», spiega Renato Tubere, 50 anni, portiere d'
albergo a Torino, giornalista pubblicista come hobby. Racconta le
partite dell' Olimpico, ma la seconda casa è il City of Manchester
Stadium. «Non vogliamo una squadra solo di stelle straniere: non siamo
l' Inter». E non lo dice perché milanista, stregato da una seconda
maglia del City: rossonera, appunto. Per lui la vicenda Kaká è stata un
«Kramer contro Kramer». «La penso diversamente dagli altri milanisti:
avrei preferito Kaká al City perché noi rossoneri avremmo sistemato i
problemi tecnici e di bilancio». Ma con i soldi risparmiati nell'
affare Kaká, possono arrivare altri campionissimi al City. «A patto che
non facciano le stelle: non ci piacciono. Certo, vorremmo una squadra
che cresca e magari arrivi in Champions, ma senza dimenticare il senso
d' appartenenza al club». E allora gli puoi far sognare Messi o Agüero
ma i loro idoli restano quei giocatori, scartati altrove e poi eroi a
Manchester. Uno su tutti: «Georgiou Kinkladze, un georgiano (al City
dal ' 95 al ' 98, ndr), spesso infortunato, ma quando giocava ci
metteva sempre il cuore». O lo scozzese Paul Dichov, «la Vespa», nel
1999 autore del gol del pari nello spareggio per il ritorno in First
Division. A Wembley, sotto di 2-0 con il Gillingham a 6' dalla fine, il
City pareggiò e vinse ai rigori, spinto dai 75.000 tifosi, tra cui Noel
Gallagher e gli altri Oasis. «Siamo la quinta tifoseria inglese»,
tengono a precisare quelli dell' «Italian Blue Moon», organizzati con
tanto di consiglio di amministrazione. «In questi giorni siamo stati
dipinti come una squadretta. Eppure abbiamo vinto due titoli. Siamo
come Fiorentina o Sampdoria». Anche se il paragone più calzante è un
altro: «Siamo simili a quelli del Toro, orgogliosi della diversità
dalla Juve. Come noi lo siamo di quella con lo United». Leggere «La mia
vita rovinata dal Manchester United» di Colin Shindler per saperne di
più. «Noi - dicono i fan italiani del City - li chiamiamo ' ' Rags' ' .
Perché il rosso delle maglie è quello degli assorbenti usati dalle
donne». Nel calcio ci sono cose che non si possono cambiare. Neanche
con la card di uno sceicco.
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