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«La Pellegrini va difesa. Chi l'attacca sbaglia e io vorrei allenarla» Stampa E-mail
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federica_pellegrini.jpg03/10/2012, F. Vanetti - Corriere.it
La crisi economica mondiale è un'occasione per lo sport: porterà più creatività e farà rinascere la passioneVelasco: «I campioni sono da applaudire»
Velasco, lo sport italiano è ben sintetizzato dalle 28 medaglie di Londra?«Non ho mai dato eccessivi significati alle medaglie: basta vedere quello che è poi successo con molte di quelle della Germania Est... Comunque l'Italia è davvero nel G8 dello sport mondiale. O, alla peggio, nel G10».Lo sport è una chiave di lettura dell'Italia?«Il Paese non è né peggio né meglio. E pure nello sport si nota un difetto ricorrente: ci sono tanti valori individuali, ma scarsa pianificazione».Quindi, il nostro sport non è un modello.«Modello è roba per i pittori, noi dobbiamo anche essere pronti a mutuare esperienze altrui. Lo sport italiano è cresciuto quando si è contaminato e ha creduto alla varietà».Abbiamo un calcio assediato da scommesse e riflusso.«Partiamo dal riflusso, guardando all'Europa. Ci sono club ricchissimi, come i due di Manchester o il Real Madrid, oltre a società che lavorano bene sui giovani, e qui non si scappa dal Barcellona. Contro questi avversari non sarà mai facile lottare. Però in Italia diciamo ??non è un giocatore da Champions'', quando poi vedi Udinese e Napoli che ce la fanno senza fuoriclasse di prima fascia. Il problema del peso economico della squadra è irrisolto per tutti. Il vero guaio è che le riserve, per minuto giocato, costano più di Messi. Per uscirne, bisogna arrivare a tre livelli: giocatori che valgono e che sono da inseguire; quelli bravi o esperti, da trattare ma fino a un certo punto; giovani da lanciare e che costano poco».Non dimentichi le scommesse.«Mi preoccupano e sono pericolose soprattutto per le discipline minori, meno solide e meno controllate del calcio. Concordo con Rogge, presidente del Cio: le scommesse sono pari al doping».Ha un futuro uno sport sempre più televisivo, con sempre meno spettatori negli impianti?«Non è vero che lo sport sta diventando proprietà della tv. Il punto è un altro: per andare alla partita si sta fuori per l'intera domenica o quasi; si spende e se si muove una famiglia sono soldi che vanno.
Non tutti possono permetterselo. Di più: è cambiato il ruolo della donna, che un tempo rimaneva a casa attendendo il ritorno del marito e invece oggi lo segue. Bisogna trovare il modo di contenere tutto in 3-4 ore, per non stravolgere ritmi familiari o esportarli a forza al di fuori delle mura domestiche.
Infine, a parte la sicurezza degli impianti, è bene che stadi e palasport siano costruiti in luoghi facilmente raggiungibili».La crisi mondiale rovinerà pure lo sport?«Un'amica psicologa mi ha regalato un poster. Riporta la parola crisi in cinese: la compongono due ideogrammi, uno significa pericolo e l'altro opportunità. Il pericolo maggiore è la disoccupazione di massa, anche nel mondo sviluppato. Ma crisi è pure un'occasione, appunto. Il riflusso stimolerà la creatività e aiuterà ad avere più passione».I Giochi olimpici sono ancora un posto di pace oppure sono la foto di una solenne ipocrisia?«L'idea resta fascinosa: vedo anche meno insulse chiusure verso gli sponsor, che devono esserci. I Giochi sono poi essenziali perché insegnano un valore: un campione perde solo perché un altro è stato più bravo».Che cosa pensa della vicenda della Pellegrini?«Federica ha fatto delle scelte e si è esposta. Non mi sta bene che la si metta in croce. È stata vittima di quella che definisco ??sindrome dell'autostrada'': ci si diverte a vedere l'incidente, il fatto negativo... Un campione va applaudito sempre; e se perde, si deve essere tristi. In Italia, invece, si attacca e si prova a demolire chi è arrivato al vertice».Lei allenerebbe Federica? «Certo: ha talento e carattere».S'impone un voto al «suo» volley.«Dispiace per le ragazze: avrebbero potuto fare di più. Invece la bella medaglia dei maschi ha smentito una tendenza al catastrofismo e ha provato che, a fianco di qualche veterano, non mancano i giovani di valore».Che cosa significa fare sport in Iran?«Vivere un'esperienza culturalmente straordinaria in un Paese che ha la necessità di imparare e che vanta un bacino enorme di giovani. In Iran, poi, sport è svago e divertimento, anche perché la vita scorre su ritmi più blandi e meno isterici».Qual è l'aspetto più duro da affrontare?«La realtà del servizio militare e la realizzazione dei progetti: c'è tutto, ma spendi tempo a risolvere problemi inattesi, anche perché gli iraniani non dicono mai di no e non capisci se e quando fanno una cosa. È faticoso, ma la contropartita è un entusiasmo anche contagioso».Si parla di unire i Giochi olimpici a quelli paralimpici. Che cosa ne pensa?«Mi pare che la Paralimpiade abbia raggiunto una sua dimensione. Lasciamola così, può crescere ancora»
 
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