Fuori dall'acqua. Cioè un posto sbagliato, un elemento che manca e la normalità che crolla. Quando Paolo Bossini racconta che è successo alla sua vita dopo la scoperta della malattia, un tumore linfatico, ripete di continuo: «Mi sono ritrovato fuori dall'acqua. Da un minuto all'altro tutta la quotidianità è sparita: non potevo più nuotare».
È successo a fine novembre, il ranista (medagliato in diversi Europei e finalista delle ultime due Olimpiadi) si è trovato in macchina con il collo bloccato, ha fatto degli esami e la sua società, l'Aniene, lo ha indirizzato subito ai migliori medici perché la situazione era grave. Sono passati cinque mesi di ansie e chemioterapie e Bossini ora si rituffa, «abusivamente, solo per assaggiare la piscina perché all'allenamento vero non ci posso ancora tornare, però ritrovo me stesso. Anzi è una sensazione nuova: prima di questo dannato tumore non avevo capito niente». Lo consideravano un po' pazzo, uno che a un certo punto prende e se ne va, talento imprevedibile, «Il Boss», come da soprannome che sta per l'atleta capace di essere leader e anche per il personaggio che rompe gli schemi. «Mi è capitato di mollare la preparazione, di darmi per qualche giorno, magari di divertirmi troppo nel momento sbagliato. Niente di strano, ma adesso è diverso. Sono maturo, consapevole ed essere considerato il folle non mi diverte più. Voglio solo lavorare sodo per Londra 2012. Inseguo una medaglia anche per chiarire che le ultime stagioni non sono andate al meglio soprattutto per colpa dei linfonodi che già si stavano sviluppando e mi alteravano il fisico».
A Riccione, ai campionati italiani, ha premiato i colleghi, «faticoso starmene in tribuna anche perché ho voglia di strafare. Mi rendo conto che suoni come una frase fatta eppure dopo aver scalato certi muri, faticare per le Olimpiadi non mi sembra più tanto tosto. Ho vissuto giorni devastanti e li ho rimossi subito. Nella mia testa ho sempre rifiutato la malattia». Durante la riabilitazione lui e la moglie Laura hanno deciso di ritirare la figlia Angelica dall'asilo: «È stata con il papà, lo ha obbligato a non autocommiserarsi, a occuparsi di lei ogni pomeriggio. Io poi non gli ho dato tregua, non gli ho reso tutto facile, non l'ho trattato come un malato». Si sono inventati una routine alternativa, complicata e colorata a dispetto del dolore: «Gli altri preparavano la borsa per il weekend, noi quella per la chemio. Con i vestiti preferiti, i panini da magiare, la musica da ascoltare». Laura l'ha accompagnato a ogni seduta, «ho ballato persino e quando la cura è finita abbiamo pianto, un pianto liberatorio».
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Per la festa vera bisogna aspettare la fine della radioterapia e allora è
previsto un tour nel passato, prima tappa Parigi dove Bossini ha
chiesto a Laura di sposarlo nel 2007: «Una scena tragicomica. Ho scelto
la cima della Tour Eiffel solo che la coda e la salita sono durate
un'eternità, io mi innervosivo, lei si stancava. In cima mi sono messo
in ginocchio, ho fatto la mia proposta e sono rimasto così per dieci
minuti perché lei non faceva che piangere. Quando tutti intorno si sono
messi ad applaudire finalmente ha detto sì». Matrimonio in stile Boss, a
Las Vegas senza amici e con i testimoni presi in prestito: «Volevamo
fare la pazzia completa, io vestito da Elvis e lei da Marilyn, poi non
abbiamo trovato quel che serviva e per mantenere lo spirito Laura ha
scelto un vestito azzurro sopra le righe, lontano dal suo gusto e così
adatto al momento. Una cerimonia solo nostra. Guardare le foto di quel
sì stravagante e sincero mi ha risollevato il morale nelle ore più
difficili». Per la firma in comune aspettano l'uscita dall'incubo, la
data prescelta è l'11 settembre 2011, nel giorno della nascita di
Angelica (che compie tre anni) e nell'anno del nuovo inizio.
Il crollo emotivo è arrivato proprio sul traguardo, come a volte succede
in gara: «I medici hanno ridotto le chemio, dovevano continuare altri
15 giorni invece il programma è stato modificato e l'ultimo ciclo mi è
sembrato insopportabile. Forse perché c'era solo quello a dividermi
dalla guarigione, forse perché avevo fatto un po' il duro e
all'improvviso iniziavo a rilassarmi. Ho letto quel che diceva Lance
Armstrong riguardo alla sua malattia, ho letto tutti i messaggi di
sostegno che sono arrivati dal mio mondo, ho ascoltato soprattutto
Lorenzo Benatti, altro nuotatore che ha avuto un tumore simile e mi è
stato vicino. Ho fatto il pieno di emozioni: mi sono aggrappato alla
volontà di mia moglie e al sorriso di mia figlia. Con tutta questa forza
il podio ai Giochi mi sembra un obiettivo facile». |