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Bovolenta muore in campo Stampa E-mail
Sportivi
bovolenta01g_1.jpg26/03/2012, R. Condio - LaStampa.it
Le ultime parole: «Mi gira la testa aiutatemi che cado». Un altro
atleta stroncato durante il match.
Aveva scelto la B2 a Forlì dopo 21 stagioni ai massimi livelli
Per 21 lunghi anni, Vigor Bovolenta ci aveva messo il cuore. Pallavolista di professione, ma soprattutto per passione. Duecentotto partite in Nazionale e 553 in A1; scudetti e coppe con i club, trionfi in azzurro. Poi, la scorsa estate, il gigante buono ha detto stop allo stress del volley quotidiano. A 37 anni, e con 4 figli che lo reclamavano più presente, ha iniziato a pensare al futuro. Ma non se l’è sentita di tradire la pallavolo. Ha continuato in B2, tre allenamenti a settimana, e il cuore ha tradito lui. Senza preavviso, come capita ogni giorno a tanta gente comune e anche, più raramente ma con ben maggiore sconcerto, a superatleti controllatissimi.

A Bovolenta è successo sabato sera. Giocava con la sua Forlì a Macerata, nel PalaFontescodella della Lube che fino alla scorsa stagione lo aveva visto protagonista di tante sfide al top. «Mi sento ancora bene, posso ancora dare il mio contributo», disse a luglio quando scelse di restare nel club che, dopo la retrocessione dalla A1, aveva deciso di ripartire dalla B2. Vigor faceva da chioccia a un manipolo di giovani e intanto aveva cominciato a fare il dirigente sportivo, occupandosi di marketing. Forlì giocava per il primato, con quel suo ex centralone azzurro che in prima linea continuava a fare la differenza. Muri e schiacciate, urla in faccia e sorrisoni. Il Bovolenta di sempre. Fino a quel maledetto terzo set. «Mi gira la testa, aiutatemi che cado». Vigor s’è toccato il fianco sinistro, vicino al cuore. Ha chiesto il cambio, è arrivato vicino alla panchina e s’è accasciato.

Soccorsi immediati, purtroppo vani. Racconta Fabio Fornasari, team manager forlivese: «In tribuna c’era una dottoressa, subito scesa sul campo. Massaggi cardiaci, poi il defibrillatore arrivato dal vicino ospedale: niente da fare. Uno strazio. Una mazzata inimmaginabile». Perché non si può morire giocando a pallavolo.
Specie se da quando hai 15 anni superi ogni genere di controllo di idoneità. Per Bovolenta, atleta olimpico già nel 1996, erano stati persino più severi da quando, stagione 1997/98, la Federvolley lo aveva fermato per tre mesi e mezzo per una lieve aritmia.
Problema risolto e, come conferma il Volley Forlì, «mai più ripresentatosi». Da allora, Vigor ha partecipato a un’altra Olimpiade, a Mondiali, Europei, coppe e campionati. Fino allo scorso maggio s’era allenato ogni giorno. Un professionista sano. Come il suo ex compagno Andrea Giani che, in lacrime, ieri diceva: «Siamo molto controllati, ma possono esserci piccole disfunzioni impercettibili. Casi rarissimi, ma ci sono». Secondo le statistiche, uno su 250 mila atleti. «Nonostante tutti gli esami effettuati per legge - conferma Sergio Cameli, responsabile sanitario della Federvolley -, esiste una quota di imprevedibilità non sempre legata all’intensità dello sforzo sportivo».

L’autopsia, in programma oggi, chiarirà le cause della morte di Bovolenta. Il mondo del volley, intanto, non ha più lacrime per piangerlo. «Proprio lui che come pochi altri sapeva sempre come farci ridere - ricorda Andrea Anastasi, l’ex ct della Nazionale che a 34 anni lo portò a Pechino 2008 -. Per me rimarrà sempre il Bovo. Gran giocatore e uomo-spogliatoio per eccellenza, disponibile con tutti». Nella pallavolo, aveva anche trovato moglie sposando l’ex azzurra Federica Lisi. «Tutta una vita nel volley - sintetizza Lorenzo Bernardi, simbolo della Generazione di Fenomeni - e il volley ce lo ha portato via. Una gran persona, imbattibile nel fare gruppo. Mai avuto problemi con nessuno. Un destino crudele: perché proprio lui?».
 
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