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I talenti scelgono l'estero e i campioni snobbano l'Italia, il calcio del Belpaese non piace più Stampa E-mail
Sportivi
criscito01.jpg28/06/2011, Dario Pelizzari- Il Sole24Ore.com
Domenico Criscito non è più un giocatore del Genoa. È passato allo Zenit di San Pietroburgo per una cifra che non è ancora stata resa nota. Il terzino della Nazionale, corteggiatissimo anche dal Napoli di De Laurentiis, ha scelto la Russia per due ragioni. La prima, alla guida dello Zenit c'è Luciano Spalletti, ex Roma, tecnico che l'ha voluto fortemente e che lo stima da tempi non sospetti.
La seconda, in Russia pagano bene, molto bene. Meglio che in Italia. E allora, perché non mettere in valigia cappotto e colbacco e tentare l'avventura in uno dei campionati più freddi d'Europa?
Criscito è uno dei tre azzurri di Prandelli ad aver scelto di timbrare il passaporto per cercare fortuna e gloria fuori dai confini del Belpaese. Gli altri due sono Giuseppe Rossi, geniale folletto dai piedi vellutati che quasi certamente lascerà il Villareal con il quale è diventato grande per nuove destinazioni (Barcellona, Juventus), e Alberto Aquilani, che la Juve del nuovo corso di mister Conte sembra non essere disposta a confermare nella rosa, ma che probabilmente troverà nuova casa in qualche altra parte d'Italia, perché il Liverpool non intriga più come una volta. Il calcio italiano che vive di stenti nelle competizioni internazionali per club e che rimedia figuracce al recente Mondiale in Sudafrica non piace più. Largo ai talenti spagnoli, tedeschi e inglesi, il mercato è tutto loro.

Se i calciatori italiani da copertina non ricevono più le lusinghe dei club più blasonati, che non sembrano più essere disposti a fare follie per averli in squadra, gli allenatori made in Italy, loro no, continuano ad essere richiestissimi. E vincenti. Trapattoni in Irlanda è ormai poco meno di un'istituzione, Capello in Inghilterra detta legge come un ministro, Mancini a Manchester (sponda City) fa il bello e il cattivo tempo, lui chiede, gli emiri rispondono e aprono il portafogli.
Per non parlare del già citato Spalletti, che alla prima esperienza nel campionato russo ha centrato lo scudetto e ha fatto innamorare dell'Italia migliaia di intenditori di vodka. Insomma, piace meno l'Italia che tira calci al pallone, piace sempre di più l'Italia che spiega come fare per vincere le partite.

Discorso diverso invece per i giocatori e i tecnici stranieri di prima fascia che diverse società di casa nostra vorrebbero vestire con la propria maglia. Già, perché, denaro a parte, che in Inghilterra e Spagna (Barcellona e Real Madrid in primis) scorre a fiumi e che invece qui da noi è poco più di un rigagnolo a rischio estinzione, l'appeal del campionato italiano non è mai stato così basso. Poche soddisfazioni in Europa, pochi campioni che fanno la differenza, livello di gioco appena soddisfacente se paragonato alle mirabilie che si vedono via cavo nei tornei continentali che oggi vanno per la maggiore. L'Inter cercava Villas Boas, è arrivato Gasperini. La Juve voleva Sanchez, che è destinato al Barcellona. L'Italia non è più l'America. Se fino a qualche anno fa per convincere un campione a venire dalle nostre parti era sufficiente una telefonata, oggi non basta un invito a cena con la famiglia. Denaro ed allori logorano chi non ce l'ha.
 
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