Se parli tedesco, e vinci tanto, quasi meccanicamente, va sempre a finire così. Germanator, lo chiamano, come lo sciatore Maier era Herminator (e a Schumacher un tempo bastava essere Schumi per evocare il suo potere). C'è sempre un soprannome alla Schwarzy in agguato, questione di idioma, di muscoli, o in questo caso di lucidità e classe applicata al gesto sportivo. Numero uno del mondo, Martin Kaymer, al posto di Tiger Woods, degli americani e australiani, leader dell'ondata europea che sta prendendo possesso del golf. Più giovane a riuscirci, coi suoi 26 anni, dopo il decaduto Tiger. Già vincitore di un torneo major (il Pga Championship) quando solo tre stagioni fa bazzicava i circuiti minori. Proprio un Germanator, "ma no, non chiamatemi così. Non mi piace, è come se si parlasse di un robot, e io non sono un robot". Rivali celebri come il sudafricano Ernie Els hanno parlato del suo temperamento di ghiaccio ("Ice cold"). Ma Martin non ci sta, replicando al complimento a doppio taglio con una battuta: "Beh, forse... ma il motivo per cui sembro di ghiaccio è che ho guardato moltissimo giocare Ernie Els...".
Magnolie e buche trappola, cieli azzurri e verde rigoglioso. È la settimana del Masters, il primo major della stagione nel superesclusivo Augusta National che sa di storia su ogni aiuola, su ogni mucchietto di sabbia del bunker. Kaymer s'è astenuto dall'ultimo grande torneo, lo Shell Houston Open. Deve preparare il Masters, che lo ha respinto nelle sue prime tre
apparizioni. Vuole la perfezione, ne ha diritto con quel tipo di approccio al successo. Rapido, precoce, spietato. La scorsa estate, il primo torneo da Grand Slam. Da quel momento, il diluvio. "Ho vinto il Pga, il Klm Open, l'Alfred Dunhill, la Ryder Cup, la Race to Dubai e sono diventato n.1. Ma è difficile per me scegliere un momento in particolare, tra i tanti vissuti. Se dovessi proprio decidere, penserei ad un pranzo a Scottsdale, a febbraio, con mio padre, mio fratello ed uno dei miei migliori amici, tutti venuti in Arizona. Senza di loro non sarei qui, non finirò mai di ringraziarli".
È un rapporto sacro, quello tra la famiglia e la nuova stella del golf mondiale. Reso ancora più stretto dalla scomparsa della madre Rina per un tumore. Il padre Horst, ex calciatore, gioca a golf ma porta anche allo stadio i due fratellini Kaymer. Martin si innamora del Colonia. E del pallone, anche se oggi non ricorda quanti gol abbia segnato nella sua breve carriera tra le giovanili del Düsseldorf e il club sotto casa. A quindici anni è bravo sia in area che sul green, deve decidere: "Scelgo il golf, perché posso farlo con la mia famiglia e mi rendo conto che ho più chance". Del calcio gli rimangono i ricordi, il logo del Colonia sulla sacca, le partite alla playstation con la fidanzata e un libro: "L'autobiografia di Oliver Kahn, dalla quale ho estratto alcuni passaggi che porto sempre con me". La semifinale Germania-Italia ai Mondiali 2006 l'ha impressa nella memoria: "Ma per favore, passiamo alla prossima domanda...".
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Non è che i golfisti in Germania, come in Italia, godessero di grande
popolarità, nonostante un fuoriclasse come Bernhard Langer ("Lui ha
ispirato anche me"). Una delle battute che accompagnavano i pionieri
era, più o meno, "fai ancora sesso o hai cominciato a giocare a golf?".
"Forse sono troppo giovane per averla sentita". Lui è uno che può
spazzare via gli ultimi clichés in un paese in cui i giocatori sono
diventati 550 mila (in Italia poco più di 100 mila). Punta ad entrare
nella galleria dei Nadal, Messi, Vettel, Bryant. "Con Rafa ci siamo già
incontrati al Laureus, conto di conoscere presto gli altri. Credo che la
relazione tra noi sia la pulsione nell'andare a scoprire quanto lontano
si possa arrivare, portando avanti anche il nostro sport". Martin ha
testa, fisico (un metro e 84 per 74 chili), ma la sua lucidità nasconde
una moderata ricerca del brivido. Nel 2008 durante una gara di kart tra
amici si frattura un piede. Durante la convalescenza il manager gli
regala il dvd della serie tv Entourage, che racconta la scalata a
Hollywood di un giovane attore. Lui si immedesima. Quando torna sui kart
corre, sono parole sue, "come una ragazzina". "A parte quello strano
incidente, non è che io sia così aggressivo o prenda tutti questi
rischi...".
Dei fratelli Molinari è amico: "Sono giocatori e persone fantastiche,
hanno tutto quel che serve per vincere un major". Per Manassero, invece,
il tedesco è un simbolo. Ricambiato, senza ombra di dubbio: "Mi piace
moltissimo Matteo, può ripetere quel che ho fatto io, pure superandomi.
Ha la testa sulle spalle". Kaymer è il simbolo della nuova Europa che
scalza gli americani: "Tutto, nella vita, si muove secondo cicli e
oscilla nel tempo. In questo momento ci sono alcuni europei che giocano
bene e si danno una mano a vicenda. Abbiamo un vantaggio, credo:
cresciamo come giocatori e uomini viaggiando attraverso continenti e
culture diverse, spesso dobbiamo adattarci. Tutto questo ci permette di
diventare golfisti ed esseri umani più completi". Un pizzico di
Siddharta, per condire un talento che vuole divorare i prossimi
vent'anni del golf. |