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Distribuzione diritti tv Serie A: ancora incertezza sul criterio del bacino d’utenza Stampa E-mail
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Dal decreto Melandri del 2008 all’intervento dell’AGCOM dell’aprile 2013

2011. Incarico a tre società demoscopiche sul numero dei tifosi

Era l’aprile 2011 quando a Milano sembrò scatenarsi una tempesta a causa di una riunione, tenutasi in via Rosellini, sede della Lega Calcio, sulla scelta dei criteri per individuare i bacini d'utenza, decisivi per la distribuzione di 200 milioni di euro l'anno dei diritti tv. Ricordiamo che c’erano quindici club che chiedevano di distribuire le risorse dopo aver scelto un criterio (quello di rilevare nei tifosi anche il nome della seconda squadra di appartenenza, oltre a quella principale di cui si è simpatizzanti),  e con le restanti cinque grandi società (Juve, Milan, Inter, Roma e Napoli) che parlarono di strada completamente sbagliata (il criterio scelto avrebbe dato qualche milione in più ai “piccoli”), che avrebbe tolto risorse alle squadre che investivano di più, impoverendo e rendendo così meno competitivo il calcio italiano.

Nonostante ciò, a circa un mese dalla riunione, il Consiglio della Lega di serie A assegnò a tre agenzie demoscopiche le indagini per la definizione dei bacini d’utenza utili a ripartire il rimanente 25% dei diritti tv, (la Doxa, sondaggi e ricerche di mercato, la Fullsix, comunicazione digitale e la Sport+Markt, dati e comunicazioni sportive, più un soggetto terzo, l'Istituto Ispo di Renato Mannheimer, come advisor degli altri tre). La cosa fu possibile grazie al presidente uscente di Lega Maurizio Beretta, che decise di schierarsi a fianco delle “piccole”, rappresentate in Consiglio dai presidenti di Parma, Udinese, Sampdoria, Lazio e Catania, provocando la stizzita reazione dell’ad del Milan, Adriano Galliani e di Andrea Agnelli, presidente del club juventino, che ipotizzò una possibile uscita dalla Lega.

Cosa prevedeva il Decreto Melandri del 2008. Tre quote con sei criteri

Oggi, il Decreto Melandri del 2008 attribuisce alla Lega il compito di stabilire le regole per la ripartizione. I diritti tv non sono spartiti soltanto tra le squadre di Serie A del campionato in corso (una parte va alle squadre retrocesse negli ultimi anni), e bisogna distinguere tra quote fisse e quote variabili.

Una quota, rappresentata dal 40% del totale, viene suddivisa in modo paritario tra le venti squadre di Serie A. Un 30% viene suddiviso in base al “bacino d’utenza”, che si distingue a sua volta per il 25% in base alla “quota di sostenitori” (il numero di tifosi riferito a una determinata squadra, nel territorio italiano, calcolato con una media ponderata ogni tre anni da tre diverse società di ricerche di mercato) e per il 5% in base alla “quota popolazione” (il numero di abitanti del comune di riferimento della squadra, calcolato sul totale degli abitanti dei comuni con almeno una squadra in Serie A, in base alla più recente rilevazione dell’ISTAT). 

Infine, l’altro 30% viene assegnato in base ai risultati sportivi, a sua volta suddiviso in tre diverse quote: la prima è la quota assegnata in base ai risultati della stagione in corso; la seconda è la quota assegnata in base ai risultati degli ultimi cinque anni, sempre riferendosi alla classifica di Serie A; la terza quota riguarda infine i risultati storici, ottenuti dalle squadre, nelle competizioni diverse dal campionato (nazionali o internazionali), a partire dalla stagione 1946-1947.

2013. L’intervento dell’Antitrust sulla titolarità della Lega Calcio

A cinque anni di distanza quello sui diritti tv è un tema ancora scottante. L'AGCOM, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con una nota del 16 aprile, ha fatto una segnalazione al Governo e al Parlamento per chiedere di modificare la legge che stabilisce come vengono ripartiti i soldi dei diritti televisivi tra le squadre di Serie A, cioè i soldi che le emittenti televisive pagano annualmente alle squadre per poter trasmettere le partite. Per il campionato 2012-2013, il valore complessivo dei diritti televisivi è stato di 966 milioni di euro.



bacini_dutenza_stadi.jpgSecondo l’AGCOM, bisognerebbe stabilire una ripartizione delle risorse secondo il “merito sportivo” e in base a una decisione presa da un soggetto terzo, diverso dalla Lega. Ciò per rendere più competitivo il campionato di Serie A e per attrarre più investitori, soprattutto nei confronti delle società più piccole. L’attuale meccanismo non aiuterebbe infatti profitti diffusi, che andrebbero invece principalmente alle solite squadre. Inoltre andrebbe cambiato anche il soggetto che se ne occupa visto che la Lega non può essere imparziale, perché i suoi organi sono composti dai rappresentanti delle squadre, che potrebbero quindi prendere decisioni a proprio vantaggio, influenzando così la scelta complessiva.

Le reazioni sono state diverse. Forse sarebbe giusto che la Lega, e non altri, gestissero i propri proventi, ma dovrebbe essere una Lega capace di parlare con una sola voce, anziché apparire giornalmente come un coro stonato e litigioso di singole parti che mettono i propri semplici interessi davanti ai bisogni complessivi dell’intero campionato.



                                                                                              A cura di Cristiana Trezza



       


 
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