E gli sponsor di Sochi che dicono?
Sponsorizzazioni
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07/02/2014, Wired.it - Michele Boroni
Le Olimpiadi invernali oltre a essere un’importante ricorrenza sportiva sono un enorme business per una serie di aziende e brand che sponsorizzano l’evento per ottenere visibilità, consenso e possibilmente vendite incrementali dei loro prodotti e servizi.
Quindi l’attenzione ora è tutta rivolta su di loro per vedere come si comporteranno di fronte a questa situazione di crisi di credibilità dell’evento olimpico, a seguito del divieto di “promuovere l’omosessualità” ai Giochi Olimpici di Sochi 2014, in conformità con quanto stabilisce la legge russa, ma in aperto contrasto con laCarta Olimpica.

AT&T, gruppo americano di telefonia, pur non essendo sponsor è stata la prima multinazionale a diffondere un messaggio di condanna a tali leggi, spiegando di avere una lunga e orgogliosa storia di sostegno della comunità LGBT (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) negli USA e ovunque nel mondo dove fanno business. Ma, appunto, non essendo uno sponsor dei Giochi non è così rilevante. Per il momento solo due sponsor minori della manifestazione olimpica, lo yogurt greco Chobani e la DeVry University, si sono espressi direttamente contro le leggi omofobiche russe.

E gli altri grandi marchi che dicono? Che fanno? Poco o niente, purtroppo. Silenzio, per lo più. Alcuni hanno tirato fuori dal cassetto della tavola riunioni del Consiglio di Amministrazione la propria Carta dei Valori Aziendali, una serie di frasi altisonanti e pompose sulle politiche di inclusione e di sostegno alla diversity che da sempre caratterizzano le pratiche aziendali. Parole che oggi suonano vuote, false e retoriche come poche altre, dal momento che nessuno prende specifica posizione contro le leggi russe per non entrare in diretto conflitto con i propri committenti.

Le relazioni esterne di McDonald’s hanno dichiarato: “Siamo consapevoli che alcuni attivisti stanno prendendo di mira gli sponsor olimpici e esprimono le loro preoccupazioni per quanto riguarda la legge russa. McDonald’s sostiene i diritti umani, lo spirito delle Olimpiadi e tutti gli atleti che hanno lavorato duramente per partecipare ai Giochi. Crediamo che i Giochi Olimpici dovrebbero essere aperti a tutti, senza discriminazioni, e questo vale per spettatori, funzionari, media e atleti”. Sulla stessa linea Procter & Gamble, Samsung, Panasonic e Atos. Quelli di Coca-Cola aggiungono “Noi non perdoniamo l’intolleranza o la discriminazione di ogni genere (..) e ci stiamo impegnando con il Comitato Olimpico Internazionale su questa importante questione”.

Parole al vento, appunto. Ma di fronte al miliardo e mezzo di dollari investito complessivamente per le sponsorizzazioni – record assoluto per le Olimpiadi Invernali – dalle 10 multinazionali partner dei giochi (tra cui anche Dow, General Electric e Omega che, per il momento, non hanno ancora risposto con alcuna dichiarazione di commento) tutto il resto passa in secondo piano, anche l’etica e i comportamenti socialmente responsabili.

C’è però da evidenziare come la comunicazione fuori dalla Russia dei principali sponsor ufficiali si sia fatta molto cauta. Nella gran parte dei paesi europei, ad esempio, marchi come Adidas, Mc Donald’s e Coca-Cola (storicamente I brand olimpionici per eccellenza) brillano per la loro assenza nelle pagine dei giornali, nelle affissioni esterne e nei break tv.