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Nuove competenze per la gestione dei nuovi stadi Stampa E-mail
Febbraio 2014
Intervista a Dino Ruta SDA Bocconi -  Direttore Sport Business Academy
Dino Ruta Dino Ruta
SDA Bocconi - Direttore Sport Business Academy 
 
"I club devono essere in grado di aprirsi al territorio, coinvolgendone i principali attori, ritrovando il proprio ruolo sociale. ...È presumibile pensare a pochi grandi stadi e molti piccoli impianti (non dimenticando i palazzetti), che possono rivitalizzare proprio il tessuto economico - sociale di un area geografica"
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La necessità del Bel Paese di rifare totalmente il proprio patrimonio d’impianti sportivi, porta gli adetti ai lavori a caricare di aspettative la svolta tanto attesa, ovvero in un sol colpo dovremmo risolvere i problemi della governance del nostro sport professionistico: riportare gli appassionati negli stadi, moltiplicare gli incassi da marketing, eliminare la violenza... Probabilmente non sarà tutto così automatico e dovremo fare i conti con la necessità di nuove e giuste competenze.
Ci confrontiamo sul tema della nuova impiantistica sportiva, con l’analisi e le osservazioni di Dino Ruta, protagonista della tavola rotonda dal titolo "Gli impianti Sportivi per le Economie del Territorio: l’emergere di Nuove Competenze".
Ruta, partiamo dalla necessità di rinnovare gli impianti sportivi italiani, se ne parla da tempo con analisi più o meno approfondite: è giusto farlo attraverso un disegno di legge?

Dino Ruta: La Legge è un primo passo che serve a dare impulso alla normativa amministrativa e vantaggi dal punto di vista finanziario. Tuttavia è opportuno che la Legge detti i principi ai quali tutti i progetti dovranno ispirarsi. Il non rispetto di tali princìpi dovrà essere considerato come inibitore delle opportunità dettate dalla Legge.

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Quali princìpi e cosa dovrebbe indicare in maniera prioritaria la legge?

Dino Ruta: La Legge dovrebbe sottolineare in modo più articolato tre princìpi gestionali ed un auspicio.
Il primo: unire la gestione alla costruzione. L’obiettivo è evitare che la Legge determini la sostenibilità della costruzione dell’impianto, trascurando poi la capacità che lo stesso ha di generare flussi di cassa futuri. In altre parole, per costruire impianti che avranno un futuro, chi costruisce dovrà impegnarsi anche a gestire e con la gestione recuperare l’investimento.
Il secondo: Le competenze economico-manageriali sono alla base della progettazione e gestione di un impianto. Spesso si parla di manager che gestiscono stadi e palazzetti ad opera conclusa. Le competenze tecnico-sportive, di diritto amministrativo, finanziarie, ingegneristiche ed architettoniche sono necessarie ma non sufficienti a determinare un progetto sostenibile nel tempo in grado di generare un adeguato ritorno economico.
Il terzo: le funzionalità degli impianti sportivi seguono le economie del territorio. Ogni impianto sarà necessariamente diverso dall’altro, perché dovrà recepire le esigenze economiche e sociali di un territorio. L’analisi economica (marketing territoriale) è alla base del progetto.

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E qual è l’auspicio?

Dino Ruta: Che ci siano più impianti di piccole dimensioni e meno grandi stadi. Data la configurazione economica del nostro Paese, le dimensioni delle nostre imprese e la numerosità abitativa dei nostri centri, è presumibile pensare a pochi grandi stadi e molti piccoli impianti (non dimenticando i palazzetti), che possono rivitalizzare il tessuto economico – sociale di un territorio. Si consideri l’esempio di un palazzetto con spazi espositivi, cinema, teatro, ambulatorio, ristoranti, etc, come gli esempi raccolti e promossi dalla European Arenas Association in città come Londra, Parigi, Madrid, ma anche di dimensioni inferiori come Belfast, Basilea e Tallin.

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Il Disegno di Legge giacente in parlamento pone i club professionistici al centro del processo. E su questo sono tutti d’accordo. Ovvero sulla necessità che non sia più il pubblico ma il privato a farsi carico dell’investimento e della relativa gestione: quale, o quali, potrebbero essere i modelli di gestione auspicabili, dividendo per grandi linee quelli in cui prevale il contenuto sportivo e quelli capaci di ospitare attività multidisciplinari.

Dino Ruta: Il privato è per definizione più orientato al ritorno economico dell’investimento, pur tuttavia nel rispetto delle esigenze sociali della comunità. Questo bilanciamento lo si deve trovare anche nei modelli di governance dell’impiantistica sportiva. Auspico modelli gestionali e organizzativi dove i diversi interessi siano rappresentati, ma soprattutto dove le rispettive responsabilità siano monitorate. I club devono essere in grado di aprirsi al territorio, coinvolgendone i principali attori, ritrovando il proprio ruolo sociale. Ad esempio, l’Udinese sta lavorando in questa direzione, ristrutturando lo stadio in linea con le esigenze dell’economia friulana e con l’obiettivo di soddisfare le preferenze dei tifosi, chiedendo loro quali servizi prevedere.

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Appunto, i club. I loro presidenti, spesso ancora troppo distratti sull’inseguire talenti in giro per il mondo, non si sono mossi con importanti iniziative nello spingere per l’approvazione della legge o per spingere su i loro nuovi progetti: su quali fattori strategici, potremmo consigliare, devono soffermare la propria attenzione per una gestione ottimale degli impianti, evitando il rischio di compromettere la stessa gestione sportiva.

Dino Ruta: Il sistema dello sport business sta spingendo i club ad essere sempre più orientati ad atleti ed allenatori, ritrovando nell’impianto un modo per acquisire più risorse da investire proprio nell’aspetto tecnico. Mi auguro che i nuovi impianti diano anche la possibilità di ritrovare un giusto dialogo con i tifosi, non nella logica di marketing e sponsorship, ma di accoglienza. Uno sport senza tifosi non ha valore, così come un impianto semi vuoto. La Bundesliga ha una media spettatori di 42mila, contro i 34mila dalla Premier, i 28mila della Liga e i circa 25mila della Serie A. La percentuale di riempimento degli impianti tedeschi, rifatti per i Mondiali 2006, è dell'88%, a fronte del 92% della Premier e il 61% della Serie A.

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Stadio Belfast In Italia accontentare le tifoserie, evoca l’abitudine, anche nel passato recente, di comportamenti poco sani...

Dino Ruta: Mettere il tifoso al “centro” dello sport non vuol dire seguire ciò che il tifoso vuole e dice, il contrario. I club dovranno soddisfare esigenze e fabbisogni di una pluralità di categorie di tifosi (segmentati) educandoli verso un modello di consumo (sportivo e non) evoluto e aggiornato con le esigenze dei tempi. La generation Y, (nati tra la metà degli anni ’70 e i primi anni del 2000) ormai ha lasciato il posto alla generazione I (Internet), influenzata da una comunicazione semplice dovuta al grande sviluppo della tecnologia e quindi con abitudini di partecipazione e consumo sviluppate e differenti rispetto alle precedenti generazioni. E questo deve essere preso in considerazione anche quando si parla di impiantistica sportiva del futuro.

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Il dibattito tra gli addetti ai lavori sul modello più efficiente, tra quello anglosassone (unico contenitore di vari spazi per varie attività e servizi commerciali) e quello più latino (stadio per gli eventi e spazi esterni ad esso, per il resto delle attività), porta molti a dire che in Italia, il paese dalle cento province, si agirà differentemente da caso a caso: ci sono comunque esempi di alcuni modelli europei importabili, da poter suggerire e per quali caratteristiche?

Dino Ruta: Il suggerimento è non pensare più ad impianti poli-funzionali, bensì poli-esperienziali. Possono seguire un modello chiuso o aperto, non importa. La scelta ingegneristica ed architettonica seguirà maggiormente le caratteristiche del territorio, in primis il clima e le abitudini di consumo (sportivo e non) di residenti, sportivi e turisti. Il tema centrale è non pensare al centro commerciale, al fast food, alla palestra in chiave polifunzionale o come meccanismo per recuperare l’investimento iniziale. Occorre pensare alle iniziativa in chiave sensoriale per rendere il nuovo impianto sportivo un luogo piacevole da visitare.

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Probabilmente è uno scenario a cui non siamo abituati, con alla base anche un problema di competenze manageriali. E torniamo così all’inizio del nostro percorso: difficile ottenerle per decreto...

Dino Ruta: È un lavoro non facile che passa appunto da competenze- manageriali sviluppate e mature in grado di far diventare un contenitore anonimo, un luogo attraente per investitori e consumatori. Le competenze economico manageriali, in particolare di economia del territorio, marketing territoriale ed esperienziale, organizzazione e gestione delle risorse umane, devono entrare sin da subito nella squadra di persone che darà un nuovo impulso al nostro Paese. Credo nella formazione, nello sviluppo di competenze e nella qualità del capitale umano e intellettuale come motore per la crescita di un settore.

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Intervista a cura di Cristiana Trezza

chi È

Dino Ruta Docente di Economia e Management dello Sport dell'Università Bocconi, è Direttore FIFA e della Sport Business Academy.
Svolge ricerca e formazione sui temi di gestione strategica del personale, organizzazione degli eventi culturali e management dello sport, in ambito internazionale.
 
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