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La gestione dei club di B: meno costi, più giovani Stampa E-mail
Settembre 2010
Intervista a Claudio Fenucci A.D. Lecce Calcio fino a giugno 2011
Claudio Fenucci CLAUDIO FENUCCI
A.D. Lecce Calcio fino a giugno 2011


“Non bisogna mai dimenticare che la mission delle società non sta, come per molte aziende, nella creazione del valore per gli azionisti. I dirigenti delle società interfacciano una serie di stakeholder ai quali vanno riportati dei risultati. Negli ultimi anni effettivamente ha prevalso l’anima sportiva; per il futuro sarà necessario recuperare economicità al sistema. La B in particolare deve riscoprire la vocazione nella formazione dei giovani”
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Le difficoltà dei club di calcio di serie B e di I e II divisione, nascono da un evidente squilibrio crescente tra costi e ricavi non più sostenibile. A fronte della presenza degli alti costi rigidi degli stipendi dei calciatori (come eredità del passato, quando nella serie cadetta giungevano campioni  a fine carriera), si riducono le fonti di ricavo: meno diritti tv – concentrati sulla serie A – meno spettatori sugli spalti, sempre più inospitali – è recente la provocazione del banner-foto del pubblico allo stadio della Triestina - e quindi meno interesse per gli sponsor. Dunque un modello di gestione da rivedere. Claudio Fenucci, A.D. del Lecce neopromosso in serie A, dirigente tra i pochi con solida qualifica manageriale prim’ancora che sportiva, ci introduce nei conti e nelle prospettive dei club della serie B di calcio.
Sponsornet: Sappiamo che i diritti televisivi oggi fanno la differenza, ma entrando nel merito, come possiamo tracciare il confine tra un club di serie A e un club di serie B?
Claudio Fenucci: L’ evoluzione del sistema calcio ha  determinato, negli ultimi anni, un ampliamento del gap economico esistente tra le due categorie. Questo perché a fronte di un aumento dei proventi derivanti dalla cessione dei diritti televisivi per le squadre di serie A, le risorse trasferite alla B, sotto forma di mutualità, è costantemente diminuita

Sponsornet: Di quanto è la riduzione?
Claudio Fenucci: La serie A trasferiva nel 2005 alla serie B circa 100 milioni di euro mentre oggi la contribuzione si è quasi dimezzata, assestandosi nell’ultima stagione a 56 milioni di euro. La serie B non è riuscita, ovviamente, a ridurre i costi operativi in relazione alla caduta dei ricavi. Inoltre è avvenuta, per effetto sia della crisi economica generale del settore, che delle mutate strategie dei club maggiori,  una sostanziale e significativa diminuzione dei flussi finanziari dalla serie A alla serie B per i trasferimenti dei calciatori. Questa rappresentava una seconda forma di mutualità che oggi si sta drasticamente riducendo.

Sponsornet: Sì, ma questo non deriva dalla normativa, ma dal mercato.
Claudio Fenucci:  Sì, dal mercato, ma anche l’attuale mutualità non derivava da una legge. E’ stata comunque negoziata tra le due categorie. L’errore strategico delle società appartenenti alla B nel 2005 è stato quello di accettare una contribuzione legata ad una parte dei ricavi televisivi, come gli highlights in chiaro e la  Coppa Italia. Lo spostamento di valore tra questi diritti e quelli cd. “criptati” ha determinato questa evoluzione dicotomica tra i ricavi della serie A e la mutualità da corrispondere alla B. Il risultato è di una categoria che presenta un conto economico drammatico. Esaminando il conto economico consolidato della serie B del 2008-09, la categoria espone 190 milioni di euro di ricavi e 185 milioni di euro di costo del lavoro e altri oneri per 90 milioni di euro. A livello operativo la perdita è pari a circa 70-80 milioni di euro ogni stagione. In più per completare il quadro ricordo che tre dei quattro clubs retrocessi nel 2008-09 in serie C non si sono iscritti e che a marzo quest’anno solo 4 squadre erano in regola col pagamento degli emolumenti ai calciatori. Il calcio italiano, a livello economico, presenta una serie A dove i club stanno avvicinandosi ad un pareggio operativo e una serie B che presenta un deficit strutturale persistente, ridotto in alcuni singoli casi dalle cessioni dei diritti alle prestazioni dei calciatori.

Sponsornet: E qual è il modello che ora ha adottato?
Claudio Fenucci: Le società di Serie A registrano il più alto rapporto tra stipendi dei calciatori e ricavi, ma sono sostanzialmente in linea con i valori delle consorelle europee. E’ un rapporto fuori equilibrio, ma è difficilissimo riportarlo a livelli accettabili, perché il settore è altamente competitivo sul piano sportivo. Non bisogna mai dimenticare che la mission delle società non sta, come per molte aziende, nella creazione del valore per gli azionisti. I dirigenti delle società interfacciano una serie di stakeholder ai quali vanno riportati dei risultati. Negli ultimi anni effettivamente ha prevalso l’anima sportiva; per il futuro sarà necessario recuperare economicità al sistema. La B in particolare deve riscoprire la vocazione nella formazione dei giovani.

Sponsornet: Sarebbe un cambiamento forte e significativo.
Claudio Fenucci:  Certo prima il campionato di serie B era “satellite” della serie A ed espressione di realtà territoriali importanti mentre ora dovrebbe diventare  un campionato di formazione; il passo è difficile, sia per i tifosi che per gli stessi dirigenti, ma solo attraverso i giovani si può sopravvivere. Basta fare due calcoli semplici: considerando i proventi derivanti dal nuovo accordo di mutualità un club medio può arrivare a 7 milioni di euro di ricavi; considerando che le spese operative (settore giovanile, trasferte, ritiri), cercando di ottimizzare la gestione societaria, raggiungono i 2,5 milioni di euro resterebbero disponibili per gli stipendi dei tesserati 5 milioni. Questo implica che gli emolumenti medi  dovranno essere pari a ca. 100.000 euro netti per tesserato. Lo sforzo è imponente e mi lasci dire, in alcune realtà, impossibile. In definitiva, o le società adottano modelli simili, detto con rispetto, al Cittadella o all’Albinoleffe oppure le situazioni di criticità aziendale continueranno a manifestarsi, a meno di interventi degli azionisti.

Sponsornet: Continuando sul budget, i ricavi da dove derivano?
Claudio Fenucci:   Il nuovo accordo di mutualità prevede che le società di serie B riceveranno complessivamente il 7,5% del totale dei diritti televisivi della serie A, e  la vendita dei propri diritti porterà altri 14 milioni. La  dinamica preoccupante riguarda le presenze allo stadio e le sponsorizzazioni. La visibilità del campionato di B è stata ridotta dalla forte attrazione generata dalla Champion League e dalla serie maggiore. Gli spettatori medi alle gare in quindici anni sono passate dai 14 mila del 96 agli attuali 6 mila: è un fattore pericoloso perché significa che la categoria sta perdendo la fidelizzazione con i propri sostenitori.  Anche la proposta di sponsorizzazioni si orienta sempre più verso i grandi eventi. In questo momento la  serie A sembra suscitare meno attrazione della Champions League, e la serie B  è confinata nei ristretti ambiti locali, con tutte le differenze che ci sono tra un contesto economico ed un altro.

Sponsornet: Qual’ è l’aspettativa del Lecce  in termini di introiti televisivi, nel rientrare  in serie A?
Claudio Fenucci: Sulla base delle prevalenti ipotesi di distribuzione i ricavi di nostra  competenza dovrebbero essere pari a circa 19 milioni di euro, dopo aver applicato la contribuzione di 2,5 milioni di euro a favore della B e di altri 2,5 per i club di A che raggiungono la Europa League. Questo assurdo doppio prelievo che grava sulle neopromosse, oltre a mancare di  legittimità per un evidente abuso di maggioranza, ci pone in una posizione competitiva molto penalizzante. La mancanza di ogni logica in questa normativa è dimostrato dal fatto che nella stagione in cui la serie A, grazie anche alla vendita centralizzata,  realizza la più alta valorizzazione dei propri diritti televisivi il nostro club percepirà minori risorse rispetto a quando vendevamo direttamente alle varie piattaforme.
Sponsornet: Quindi, di fatto, i presidenti “padroni” delle squadre dovranno sempre mettere la loro parte?
Claudio Fenucci:  Mentre in serie A le aziende calcistiche, se gestite attentamente, potranno raggiungere un equilibrio economico, in B credo che poche società possano raggiungere il pareggio operativo. Le più penalizzate e meno garantite in  un settore che è poco attento ai rischi di sistema saranno quelle che retrocederanno. Per queste la possibilità di insolvenza è sempre alta e in questi casi l’intervento dell’azionista rimane obbligato. Però c’è forse un dibattito che bisognerebbe aprire sul punto e riguarda proprio gli effetti positivi e, spesso negativi, determinati dagli attuali assetti proprietari dove il club fa riferimento ad un unico soggetto economico.

Sponsornet: Ma questo rischio non si può trasferire sui contratti dei calciatori?
Claudio Fenucci:   Circa due terzi dei nostri contratti prevedono importi diversi per la serie A e la B, ma non nella stessa proporzione della caduta dei ricavi che è di 3 a 1. Nel momento in cui stipuli un contratto le società si trovano spesso in posizione debole, per motivi legati alla sfera sportiva, e non riescono a trasferire in maniera adeguata il rischio di impresa sui propri tesserati.
Lecce Calcio
Sponsornet: Com’è  la situazione delle neo-promosse?
Claudio Fenucci:  Nelle ultime stagioni, tranne quest’anno, le società promosse hanno registrato costi totali superiori ai trenta milioni. Questo ha conseguenze significative sulla struttura finanziaria di questi club e sul loro posizionamento competitivo. Inoltre la prospettata assurda suddivisione delle risorse fa di queste società le candidate, sulla carta, per una immediata ridiscesa nella serie inferiore. Ad essere sospettosi sembra quasi che attraverso queste norme si voglia creare una categoria quasi chiusa.

Sponsornet: Bisognerebbe anche sfoltire le serie inferiori?
Claudio Fenucci:  In Lega Pro la situazione è drammatica sia negli aspetti strutturali che economici. Ritengo che  la Lega Pro dovrebbe avere non più di 22 squadre, garantendo a queste risorse tali per consentire una attività sportiva adeguata. In una riforma del calcio, utopistica al momento, l’accesso a questa Lega dovrebbe essere consentito ad una sola società per stagione a patto di  presentare standard adeguati. Il settore professionistico deve essere tale a tutti i livelli, non solo nella parte sportiva ma anche nel profilo organizzativo e nella qualità delle strutture.

Sponsornet: Questo degli stadi problema è trasversale. A partire dai grandi clubs come il Milan, che quest’anno sottolineava di essere uscita dalla Champions per la mancanza di uno stadio adeguato. Ma con 300 milioni di euro di fatturato forse il margine per  investire nello stadio ci potrebbe essere…
Claudio Fenucci:  E’ un’anomalia e una realtà tutta italiana. La ristrutturazione degli stadi inglesi è nata nel 1984, invece da noi solo ora ci si accorge dell’emergenza stadi. I club principali, che inevitabilmente guidano il sistema, hanno trascurato quello che potenzialmente può diventare un  asset importante, privilegiando l’attenzione ai diritti televisivi; per loro era più facile appropriarsi della quota maggiore di questi per essere competitivi anche in campo internazionale. Ma negli altri paesi calcisticamente evoluti le società sono andati avanti e hanno investito, grazie anche ad un pubblico con abitudini di consumo diverse, sugli impianti generando ricavi e guadagnando posizioni competitive.  Gli stadi italiani sono i più vecchi e i meno ospitali d’Europa,  ma da anni  stiamo contribuendo a svuotarli con una offerta televisiva dilagante e la mancanza di controlli veri sulle tifoserie violente. E’ assolutamente necessario ripartire con una progettualità seria che consenta alle società la realizzazione di nuovi stadi finanziati da attività  immobiliari, residenziali commerciali o del terziario, sinergiche all’impianto stesso.

Sponsornet: La questione va di pari passo con la “governance”. In Serie A spesso non abbiamo l’amministratore delegato. Si preferisce non avere una “governance” seria, si privilegiano gli acquisti di giocatori. Anche i responsabili marketing spesso sono giovani con scarso budget…
Claudio Fenucci:  Lo sport  ha sempre investito  poco sulle risorse umane interne non dedicate all’area tecnica. Nell’idea di molte proprietà la parte aziendale non rappresenta una priorità ed invece in molte figure è richiesta, per la particolarità del settore, una esperienza specifica. In questo anche  la Federazione e le Leghe dovrebbero fare la loro parte richiedendo, come avviene per le licenze UEFA, che i club professionistici si dotino di professionalità adeguate alla complessità dei problemi generati dalla gestione delle società calcistiche.

Sponsornet: Spesso in Italia capitano che i personaggi principali dipendano dalla cultura sportiva ma non certo manageriale. Quindi capita che un direttore sportivo passi dalla gestione del budget per i giocatori  alla gestione di tutta la società…
Claudio Fenucci:  Per fortuna qualcosa sta cambiando, partendo dalle società più grandi che si stanno strutturando come vere e proprie aziende, con funzioni sconosciute al settore almeno fino a qualche anno fa. In passato molto veniva lasciato alle decisioni del direttore sportivo che spesso aveva come orizzonte la stagione corrente e prendeva decisioni in funzione di questa, con conseguenze spesso disastrose. Ma un segnale importante deve essere dato anche dalle proprietà che devono essere meno sensibili, per quanto è possibile, agli aspetti sportivi e trasformarsi in imprenditori del settore, pur con le specificità del caso. Se non avverrà questo fondamentale passaggio la auspicata crescita verso un modello di gestione più efficiente rimarrà solo una idea vuota.


chi è

Claudio Fenucci, nato nel 1960 a Roma. Laureato nel 1984 in Economia e Commercio. Nel  1988   si specializza in finanza internazionale alla London Business School. Dall’88 al ’94 è Docente nei corsi di formazione per il personale bancario principalmente per l’ Istituto Studi Bancari di Lucca. Dal 2003 al ‘10 è docente del corso integrativo a Economia degli Intermediari  Finanziari alla Facoltà di Economia all’ Università di Lecce. Le prime esperienze lavorative le ha come Agente di Cambio. Dal 1990–1994     diventa Direttore  della Refco Italia Sim S.p.A. Roma-Londra. Dal ’90 al ’94 ricopre il ruolo di Responsabile asset management presso la Banca Del Salento S.p.A di Lecce. Dal 1996 fino ad ora  è  Amministratore Delegato e Direttore General  U.S. Lecce S.p.A.

 
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