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L'Italia investa nei vivai il 25% del budget Federugby Stampa E-mail
Luglio 2015
Intervista a Vittorio Munari A.D. Benetton Rugby Treviso
Vittorio Munari Vittorio Munari
A.D. Benetton Rugby Treviso

"C'è una notevole differenza tra la nazionale e il movimento rugbistico italiano, che presenta forti problematiche e priorità di crescita nell'assecondare l'appeal i questo periodo... Almeno il 25% del budget della Federazione dovrebbe servire alla formazione. All'estero, la maggior parte dei ricavi derivanti dai diritti tv, viene utilizzata per la formazione di base"
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Da qualche anno in Italia si assiste all'esplodere del fenomeno mediatico dell'Italrugby, ovvero del successo di pubblico, essendo la Nazionale di Rugby l'unica a riempire l'Olimpico di Roma (vedi nostra intervista a Bernabò ); ma anche mediatico, per l'impatto di visibilità e di notorietà riservato ai suoi “gladiatori”. Fenomeno che non investe affatto il campionato che fa scarso pubblico e mantiene una distanza siderale da quello europeo della Celtic League. Campionato Europeo, dal nome dello sponsor Rabo Direct, a cui partecipa da alcuni campionati il club che da molto tempo è sinonimo di rugby in Italia, la franchigia di Treviso (presente insieme alle Zebre di Parma). A guidare da più di dieci anni l'impegno della famiglia Benetton è l'ad Vittorio Munari, che oltre a raccontarci con quali risorse è possibile competere in Europa, affonda il dito nella piaga del ritardo italiano. E, dall'alto di un'esperienza più che quarantennale nel rugby mondiale, ne indica anche la soluzione, semplice ma fondamentale: investire le importanti risorse, che la Federazione ricava dalla Celtic League, nella cura delle giovani leve!
Munari, è da diverso tempo che Benetton rappresenta il rugby in Italia, lei da quanto ne è coivolto?

Vittorio Munari: Prima di arrivare a Treviso, ho allenato e poi fatto l'amministratore delegato della società Petrarca di Padova. Dal 2000 sono alla Benetton rugby.

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Il rugby italiano sta vivendo un forte successo mediatico relativamente alla nazionale, ma non ha un campionato interno di vertice di egual livello

Vittorio Munari: C'è una notevole differenza tra la nazionale e il movimento rugbistico italiano, che presenta forti problematiche e priorità di crescita nell'assecondare l'appeal i questo periodo. Il rugby piace per i suoi contenuti di immediatezza, nonostante la conoscenza del gioco non sia così approfondita. La vera sfida della Federazione Italiana Rugby è la fidelizzazione dei suoi potenziali sostenitori, ma per farlo bisogna migliorare il prodotto.

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Per fidelizzare il pubblico basterebbe che la Federazione Italiana Rugby, il cui budget è il secondo tra le federazioni del CONI, con circa quaranta milioni di euro, investisse in un campionato di livello o c'è un'altra priorità?

Vittorio Munari: Bisognerebbe investire nella costruzione dei giocatori. Noi abbiamo carenza di giocatori di qualità e non abbiamo una grande scuola tecnica. Prima di investire nel campionato bisogna farlo nel settore giovanile, dove ci sono ragazzi dai sedici ai ventuno anni. Bisognerebbe lavorare sulla base con una reale competenza.

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Benetton Rugby Occorrerebbe avere un progetto d'investimento nella formazione di giovani giocatori diffuso in tutt'Italia?

Vittorio Munari: Sì, ma con interventi mirati, a seconda della posizione geografica e del territorio. L'Italia non può essere gestita allo stesso modo. La geopolitica spesso penalizza chi potrebbe avere delle chances in più. Non avendo mezzi infiniti, bisognerebbe investire in maniera prioritaria dove ci sono già delle realtà con organizzazione e vocazione consolidata.

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Quanto costerebbe sviluppare un'intensa attività di formazione?

Vittorio Munari: Almeno il 25% del budget della Federazione dovrebbe servire alla formazione. All'estero, la maggior parte dei ricavi derivanti dai diritti tv, viene utilizzata per la formazione di base. In Italia, invece, a causa di un'errata cultura sportiva puntiamo tutto sul rugby di vertice; mentre coloro che si interessano al rugby di base lo fanno solo per passione.

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Benetton Rugby Veniamo alla gestione di un club di rugby di vertice europeo: quanto è necessario investire per disputare un campionato come la Celtic League?

Vittorio Munari: Il problema non riguarda quanti soldi investire, ma se vale la pena investirli. Bisogna che vi sia un campionato di qualità, allettante per gli sponsor e entusiasmante per gli spettatori; in caso contrario, investire tanto non ha senso. Solo se il prodotto è appetibile, gli investimenti si giustificano, altrimenti come è il caso dell'Italia, gli sponsor sono mecenati, lo fanno per passione ma non vi è un reale tornaconto.

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Qual è il budget della Benetton nel rugby, com'è coperto e quanto incidono gli stipendi dei giocatori?

Vittorio Munari: Il budget è di 8,5 milioni di euro, di cui due li riceviamo dalla Federazione, mentre i restanti 6,5 milioni sono coperti dal gruppo della famiglia Benetton e dagli altri sponsor. Il costo dei giocatori e dello staff incide per il 75% sul budget, tenendo presente che lo stipendio medio di un rugbista è di centocinquantamila euro.

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All'estero i club quanto investono?

Vittorio Munari: All'estero le situazioni sono varie. Le celtiche (Galles, Irlanda e Scozia), investono una cifra simile alla nostra. La differenza con l'Italia è che, all'estero, è la Federazione che paga. Quest'ultima mette il 70% del budget e in cambio detta anche molte regole. Non vale nel caso di Francia e Inghilterra no.

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In Europa vi è un diverso livello di organizzazione e di partecipazione del pubblico?

Vittorio Munari: A livello organizzativo ci difendiamo abbastanza bene, mentre per quanto riguarda la partecipazione del pubblico c'è una gran differenza. All'estero, normalmente, giochiamo davanti dodicimila persone, con gli stadi strapieni. Questo è anche dovuto al fatto che, in Europa, Benetton rugby si è conquistata una buona nomea, vuoi per riflesso, visto che il nome Benetton di per sé è già un buon biglietto da visita, vuoi per i rapporti che abbiamo instaurato con le istituzioni europee.

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Benetton Rugby Nel rugby europeo, c'è anche una buona attenzione del mondo delle aziende e degli imprenditori a utilizzarlo per relazioni b2b: da noi qual è il livello dell'organizzazione del b2b per gli sponsor?

Vittorio Munari: In Italia questa cultura non c'è. Negli ultimi tempi sta prendendo piede, ma è limitata e in genere si organizzano eventi solo in occasione delle partite delle nazionali. All'estero la questione è diversa. Bisogna creare nelle persone la cultura di tutto ciò, solo allora saranno sensibili a recepirla. Inoltre, per trovare uno sponsor che abbia un reale interesse a collegare il proprio brand a quella di una determinata società sportiva, bisogna che il prodotto sia appetibile.

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Infatti gli sponsor lamentano spesso la mancata promessa, da parte dei club degli sport di squadra, di attivare numerose iniziative per favorire le giuste attivazioni delle loro sponsorship

Vittorio Munari: Capita che si sponsorizzi in buona fede e poi non vi siano sollecitazioni positive da parte della società sportiva. Questa è una parte di marketing che andrebbe curata. Quasi sempre queste sollecitazioni non ci sono, perché non si ha un gran prodotto da vendere.

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Eppure, in Italia abbiamo importanti brand sportivi

Vittorio Munari: Sì, ma ad esclusione del calcio, gli altri sport italiani non hanno molti soldi. Il problema è serio e la soluzione sta nella fidelizzazione del pubblico degli appassionati, che spesso non è disposto a pagare un prezzo inadeguato del biglietto per vedere una partita. Noi a Treviso facciamo pagare il biglietto solo quindici euro, e se c'è bel tempo possiamo contare al massimo su cinquemila spettatori.

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                                                                            Intervista a cura di Cristiana Trezza

chi È

Vittorio Munari (Bassano del Grappa, del 1951), ex rugbista, allenatore di rugby, dirigente sportivo, giornalista e telecronista sportivo italiano.
Dal 1992 al 1998 riveste vari incarichi all'interno del Petrarca, da General Manager ad Amministratore delegato. Nel 1993 ha allenato il Resto del Mondo in occasione della partita di addio, (disputatasi a Pretoria) dell'apertura sudafricana Naas Botha.
Nello stesso anno è chiamato dall'allora segretario generale dell'International Rugby Board, Keith Rowlands a far parte del Technical Advisory Commitee dell'organismo internazionale, incaricato di proporre la prima serie di modifiche al regolamento del gioco del rugby.
Nel 2002 viene invitato a ricoprire la carica di Direttore generale del Benetton Rugby Treviso.
Da parecchi anni è la voce televisiva del rugby Internazionale. Ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Il Giornale, Il Corriere della Sera, Il Gazzettino e commentato incontri di rugby per Telecapodistria, Telepiù e Rai. Attualmente è opinionista e commentatore tecnico di Sky.
 
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