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Un basket con valori e passione, ma che lanci nuove idee Stampa E-mail
Marzo 2014
Intervista a Alberto Savio fondatore e socio Pallacanestro Biella
Alberto Savio Alberto Savio, fondatore e socio Pallacanestro Biella

"Il vero problema è che, tolti alcuni presidenti, la maggior parte non partecipa alle assemblee di Lega. Bisognerebbe far capire a tutti quelli che pensano soprattutto a tutelare la propria posizione all’interno del sistema, che facendo così, quest’ultimo vale un decimo di quello che potrebbe valere"
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Alla ripresa della nuova stagione cestistica, affiorano sui media e tra gli addetti ai lavori, i vari problemi di organizzazione del basket italiano. Il più delle volte i problemi della definizione delle regole – spesso confinati alla contrapposizione tra Lega e Federazione – assumono il ruolo di invadenti protagonisti.
L’incontro con il biellese Alberto Savio, un protagonista del management del canestro italico tra i più navigati, con i suoi venti anni e passa di impegno, ci aiuta nel nostro tentativo di spostare l’attenzione verso gli aspetti più propri della gestione dei Club e della stessa Lega. Il modello di governance proposto da chi ha portato a Biella il grande basket, non può prescindere dai principi che animano le aziende e la gestione degli uomini, né tantomeno dall’intraprendere iniziative importanti, legate al rispetto delle regole e ad un marketing dinamico ed innovativo - anche a rischio di "scontentare" qualcuno - ma che spostino in avanti la frontiera delle opportunità.
Abbiamo ascoltato il racconto di Alberto Savio a Biella nella sua azienda di filati, soddisfatto per aver consolidato il suo progetto con il coinvolgimento di altri venti imprenditori soci.
Savio, biellese e imprenditore tessile: quando e come decide di avvicinarsi al mondo della pallacanestro?

Alberto Savio: IRicordo che dopo gli anni dell’università, rientrato a Biella, l’amico Franco Simonetti, presidente di una squadra di C2 mi invitò a vedere una partita. Ne restai affascinato. L’atmosfera, l’energia, la velocità, il fatto di dover prendere decisioni in tempi molto brevi, il senso di squadra, l’incertezza del risultato, furono tutti fattori che mi colpirono positivamente. Andai a vedere altre partite e Franco mi chiese di dargli una mano come team manager. Poiché non capivo molto di tecnica di pallacanestro, chiesi a Marco Atripaldi di aiutarmi nell’allestimento della squadra, nella scelta dell’allenatore, ecc. Ci facemmo 3 anni in C2, con un budget ristretto. Poi con la fusione con Garlasco e l’acquisizione dei diritti di B2, nell’estate del ’94 partì il progetto pallacanestro Biella.

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Dall’iniziale duo tuttofare Savio – Atripaldi, al club posseduto da un gruppo nutrito di soci: come evolve il modello di gestione di pallacanestro Biella?

Alberto Savio: È così, quando siamo partiti eravamo io e Marco Atripaldi, che mi aiutava a tempo perso. Poi strada facendo abbiamo aggregato attorno altre persone, piene di entusiasmo ma senza troppe disponibilità economiche; quindi negli anni di B2 e B1, l’80-90% delle risorse necessarie a far progredire la squadra e pagare gli stipendi ai giocatori l’ho messo io. Infine, arrivati in A2, ho aperto la società a tutti quelli che volevano dare una mano. Oggi ci sono circa venti azionisti, di questi nessuno ha più del 12% del capitale e nessuno meno dell’1%. Quindi siamo un gruppo di persone, ne stiamo aggregando altre e contiamo anche sulle istituzioni.

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Un gruppo di persone per un organizzazione fatta di numeri, ma anche di regole e valori.

Alberto Savio: Amore, passione, recupero dei valori, rispetto delle regole, comprensione ma inflessibilità con chi non le rispetta e non si comporta in maniera coerente con tutti gli altri membri, sono questi i valori su cui fondare una società. A questi bisogna aggiungere un’unità di intenti tra proprietà, manager e allenatore, che deve avere un progetto tecnico chiaro e deve essere in grado di spiegarlo sia ai giocatori che ai tifosi.

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Coleman Ha parlato della possibilità di far partecipare altri imprenditori alla società, e in Italia abbiamo degli esempi come quello di basket Varese, dove c’è un consorzio che conta già 80 imprenditori. Com’è il vostro rapporto con le imprese del territorio e quali obiettivi avete?

Alberto Savio: Innanzitutto bisogna tenere presente che Biella conta 48.000 abitanti e l’intera provincia ne conta 170.000, mentre l’area di Varese è molte volte più grande anche come numero di aziende. Inoltre la nostra è un’area tessile che fino a dieci anni fa era altamente industrializzata, con un ottimo reddito, ma negli ultimi cinque anni la crisi è stata terrificante e si sono persi migliaia di posti di lavoro. Le aziende che possono partecipare alla vita societaria, non solo come inserzionisti e sponsor ma anche come azionisti, devono avere in sostanza una base di passione. Non proponiamo a chi non ha mai visto una nostra partita di entrare come socio in pallacanestro Biella. Noi stiamo cercando di aggregare tante persone più che aziende, perché quello che offriamo è di partecipare a un sogno, e cioè continuare a mantenere la squadra in serie A, con un budget risicato e in maniera onesta. Quindi solo se una persona è appassionata le si può proporre un affare dove bisogna investire soldi e coprire le perdite.

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Valter Scavolini insisteva molto sui danni che ha fatto la cosidetta legge Bosman. Il basket ha risentito, più di altri, del dover concepire i giocatori come dipendenti.

Alberto Savio: La specificità del lavoro sportivo non ha niente a che vedere con qualunque altro lavoro subordinato, quindi non dovrebbe esserci un rapporto di dipendenza ma di collaborazione. Consideriamo inoltre, come i giocatori stranieri la prima cosa che chiedono è un’assicurazione che permetta loro di curarsi in una clinica privata, quindi non gravano sul servizio sanitario nazionale né sul sistema pensionistico italiano. Per cui non ha senso versare i relativi contributi. Inoltre bisogna pagare delle imposte, ma bisognerebbe trovare un’aliquota equa, che sia tra il 20 e il 25%. Ci vuole in sostanza coesione e capacità di pensare al bene comune, superando i personalismi. Il vero problema è che tolti alcuni presidenti, la maggior parte non partecipa alle assemblee di Lega. Bisognerebbe far capire a tutti quelli che pensano soprattutto a tutelare la propria posizione all’interno del sistema, che facendo così quest’ultimo vale un decimo di quello che potrebbe valere.

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Il basket in Italia stenta a decollare verso il grande pubblico, prova ne è che i ragazzi non si appassionano più facilmente. Partendo dalla sua esperienza, sia come presidente di Club che di Lega, dove risiedono i principali motivi e c’è possibilità di uscirne?

Alberto Savio: Bisognerebbe avere il coraggio di cambiare le cose. Noi abbiamo un campionato che non ha lo sponsor perché Agos Ducato è rimasto deluso dopo un’esperienza di un anno e tre mesi. Nel campionato spagnolo ci sono quattro sponsor e ognuno di loro dà un milione e mezzo alla Lega. Io ho cercato di combattere dall’interno della nostra assemblea per molti anni, proponendo di fare delle cose diverse, ma purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Sono tanti i problemi e le limitazioni nel creare le squadre. A volte sembra di avere solo doveri e nessun diritto. Bisognerebbe andare tutti insieme dal presidente Petrucci, proporre i giusti cambiamenti e, se non venissero accettati, pensare di uscire dall’ambito della Federazione Italiana Pallacanestro, gestendoci da soli il campionato.

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Forni - Coleman Spesso appare ardito il confronto tra la nostra Lega e l’NBA: c’è qualcosa in cui possiamo imitarla?

Alberto Savio: Uno dei motivi per cui ho lasciato la presidenza del Club, è perché ero stanco di confrontarmi con persone che non vedevano il bene comune come qualcosa di utile a tutti. Questa è la vera differenza tra noi e l’NBA. Nell’NBA c’è un commissioner che ha il compito di far rispettare le regole e, quando bisogna decidere, lui c’è e decide. E questo è lo stesso motivo che ha portato al grande sviluppo della Spagna dalla metà degli anni ’90 al 2005. Vengono stabilite delle norme da rispettare altrimenti sei fuori. Da noi non è così. Ci sono società che non pagano regolarmente gli stipendi, che non versano i contributi, e l’unica pena in cui incorrono è una penalizzazione in classifica salvo poi scomparire qualche tempo dopo.

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Non essendoci una forte delega gestionale verso la Lega, il campionato di A1 non gode di molte iniziative, non ottiene attenzione oltre quella della propria community, limitato anche l’interesse degli investitori pubblicitari e degli stessi media, quest’anno vedremo i risultati del ritorno alla tv in chiaro: come si potrebbe uscire dall’angolo?

Alberto Savio: Io, tredici anni fa, proposi in assemblea di produrre noi stessi le partite, investendo il 10% del budget di tutte le squadre di serie A. Volevo dare gratis alla RAI i diritti di trasmissione per tre anni, passati i quali avremmo potuto parlare di share e tirato le somme. Se fosse stato un buco nell’acqua, avremmo avuto comunque un prodotto migliore; nel caso felice, avremmo avuto in mano una grande carta da giocarci con gli sponsor. Ma non se ne fece niente. Purtroppo manca un pò di lungimiranza nella Lega, in chi la gestisce e negli stessi proprietari e si finisce sempre col non prendere alcuna decisione.

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Intervista curata da Cristiana Trezza

chi è

Alberto Savio nato nel 1961.
Ha conseguito il Diploma di Maturità Tecnica Commerciale nell'80.
Nel 1983 consegue il diploma del "Programme International de Management" dell'Ecole des Hautes Etudes Commerciales (H.E.C.) come rappresentante dell'Università "L. Bocconi" di Milano.
Ha partecipato ai corsi universitari di "Advertising" e "Financial Management" della University of California.
Berkeley (California -USA), nell'83 e nel 1984 al "Corso Operativo di Marketing" offerto dalla Procter & Gamble Italia Spa.
Nel 1986 ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio (Specializzazione in Economia Aziendale) dell'Università Commerciale "L. Bocconi" di Milano ed ha conseguito l'Abilitazione alla Professione di Dottore Commercialista. Università degli Studi di Bologna l'anno successivo.
Nel 1983 ha partecipato ad uno Stage retribuito alla Gervais Danone France SA di Parigi presso la direzione Marketing come "Assistant Chef de Produit".
Dall'84 all'86 è stato Assistente all'Amministratore Delegato di Modatex Spa di Milano con compiti di coordinamento finanziario.
Tra il 1986-87 è stato Stageur retribuito alla Barclays Intermediazioni Spa di Milano come "Assistant Portfolio Manager".
Ha preso la carica di Impiegato alla Finmerchant Spa di Milano come "Assistente al Responsabile Fusioni e Acquisizioni" tra l'88 e l'88. In quell'anno viene nominato Amministratore Delegato di Safil Spa di Biella.
azienda

Safil in Italia e Bulsafil in Bulgaria produce filati per varie tipologie di prodotto (tessitura, maglieria, arredamento, calzetteria, ecc) per oltre 7.000 tonnellate annue, conta circa 670 dipendenti per un fatturato annuo di circa 80 milioni di euro.
 
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