Ottobre 2008
Intervista a Dario Boldoni Consigliere di amministrazione del Calcio Napoli Titolare della Costruzioni Etiche
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DARIO BOLDONI
Consigliere di amministrazione del Calcio Napoli Titolare della Costruzioni Etiche
Costruire un nuovo stadio significa investire tra i 3000 e i 4000 euro a seduta. Le volumetrie aggiuntive in grado di garantire rientri nell’investimento sono un valore fondamentale al fine di creare appeal...
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La costruzione di nuovi impianti sportivi in Italia è un argomento di grande attualità che interessa non solo squadre di calcio e club sportivi ma anche istituzioni pubbliche, investor e imprenditori. Ne parliamo con l’ingegnere-imprenditore napoletano Dario Boldoni, già consigliere di amministrazione del calcio Napoli ai tempi di Ferlaino.
Territorio, socialità, cultura, sono le peculiarità alla base dell’ idea di Dario Boldoni sullo stadio italiano del futuro, non più visto come impianto esclusivamente sportivo ma come un complesso multifunzionale, in grado di essere una efficiente struttura ricettiva in cui poter mangiare una pizza o guardare un film anche nei giorni in cui non si gioca la partita.
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Quella di Boldoni, è un’idea di stadio “Glocale”, in grado di competere con il mercato globale grazie alla valorizzazione del territorio:
nel caso napoletano, ad esempio, il nuovo stadio dovrebbe “trasudare napoletanità” dice Boldoni.
Tuttavia, per realizzare un progetto di questa portata c’è una condizione fondamentale da garantire.
“Costruire un nuovo stadio significa investire tra i 3000 e i 4000 euro a seduta e, quindi, per uno stadio da 50.000 spettatori sarà necessario un investimento di circa 160 milioni di euro. Tale investimento sarebbe giustamente recuperabile solo se ci fosse l’opportunità di realizzare delle ulteriori opere immobiliari nelle aree circostanti lo stadio, quali ad esempio: centri commerciali, multisala, campi da tennis, area uffici e perché no? Anche centri residenziali”.
Secondo Boldoni solo in questo modo sarebbe possibile avere un rientro dell’investimento nell’arco di 12-15 anni (mentre la sola gestione dell’impianto sportivo farebbe recuperare solo il 15-20% dello stesso). Le volumetrie aggiuntive in grado di garantire rientri nell’investimento (per realizzare “il complesso stadio” occorrerebbe uno spazio di 300.000 mq2), sono un valore fondamentale al fine di creare appeal nei soggetti che intendono investire nel business dell’impiantistica sportiva.
La città di Lille, ad esempio, attraverso la costruzione del nuovo stadio avvenuta in una zona degradata della municipalità, ha tradotto in riqualificazione del territorio la necessità di costruire un nuovo impianto. La formula del successo dell’operazione è leggibile nell’apertura del Comune francese nell’apportare le dovute modifiche di adeguamento del piano regolatore. Tuttavia, una intelligente operazione di marketing avviata due anni prima della costruzione del nuovo stadio ha coinvolto i cittadini a partecipare alla definizione di importanti aspetti del progetto (dal nome dello stadio, alla sua localizzazione passando per la raccolta fondi) avvicinandoli in maniera forte e diretta alla costruzione dell’impianto sportivo.
Gli stadi, dunque, come moderno luogo di svago, intrattenimento e servizi rivolti all’intera collettività per un modello di sviluppo che non è soltanto sportivo ed economico ma anche sociale.
Ed è a questo tipo di modello ovvero quello francese, che secondo Boldoni, l’Italia deve ispirarsi perché al contrario di quello inglese, identifica nelle peculiarità territoriali e culturali il fattore vincente dei suoi nuovi impianti sportivi.
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Ricordiamo che oggi la Francia ha 12 stadi cantierati di cui 4 in ristrutturazione e 8 nuovi impianti mentre l’Italia, come ricorda Marcel Vulpis di Sporteconomy “è ancora ferma a ipotesi di progetto”.
Ma la costruzione dei nuovi stadi, non è l’unica urgenza dell’impiantistica sportiva, Dario Boldoni già da alcuni anni sta proponendo un progetto alle amministrazioni comunali e provinciali riguardo la costruzione di “cittadelle dello sport” che con le loro strutture promuoveranno l’incontro sportivo ma soprattutto saranno motori territoriali di aggregazione sociale.
Il progetto si muove su un doppio binario: da un lato c’è l’imprenditore che garantisce e si preoccupa di fornire i mezzi finanziari e gli investimenti necessari, dall’altro il comune, esentato da qualsiasi onere finanziario, si preoccupa di effettuare le modifiche giuste alla realtà urbanistica.
Anche questo progetto, come quello della costruzione dei grandi centri è caratterizzata da un’operazione di project financing. Quello degli impianti sportivi, in effetti, è un tema complesso perchè complessa è la compagine degli attori che si incrociano spesso configgendo sul campo. Da un lato ci sono gli attuali proprietari degli stadi, ovvero i Comuni (tranne per lo stadio di Reggio Emilia) che dettano il ritmo e i cambiamenti della politica, dall’altro e squadre di calcio che nella maggior parte dei casi si considerano i “veri proprietari” dello stadio e sullo sfondo investor e imprenditori interessati a fare business ma alle loro condizioni.
In questo contesto è nata la prima proposta di legge bipartisan sull’impiantistica sportiva che a breve sarà presentata in parlamento.
L’imprenditore napoletano, ha le idee molto chiare sulle motivazioni del ritardo italiano in materia di impiantistica sportiva, e dichiara:
“Il problema di fondo in Italia risiede nell’adeguamento urbanistico delle aree predisposte alla costruzione degli impianti sportivi, fin quando non si supererà questa condizione, parlare di stadi di nuova generazione è semplicemente utopia”.
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chi È
Dario Boldoni Consigliere di amministrazione del Calcio Napoli
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