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Sud Africa 2010: le aspettative deluse di un popolo Stampa E-mail
Febbraio 2012
Intervista a Sara Ferrari antropologa culturale specializzata in calcio africano
Sara Ferrari Sara Ferrari, antropologa culturale specializzata in calcio africano

"Il mio interesse si è da subito focalizzato sull'impatto che l'evento sportivo ha provocato sulla popolazione africana. Il risultato finale è stato incoraggiante, il mondiale ha rappresentato uno straordinario momento di unione della nazione, ma purtroppo circoscritto al solo periodo nel quale si è svolto l'evento"
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Il lavoro dell'antropologa culturale Sara Ferrari ha avuto per oggetto lo studio dell'impatto che il Mondiale 2010 in Sud Africa ha avuto sulla popolazione. Due valutazioni sono emerse chiaramente. La prima riguarda il fatto che il Sud Africa ha investito più di quanto avrebbe potuto, per una sorta di affrancamento nei confronti del mondo occidentale. Infatti, dal momento della comunicazione ufficiale della FIFA, si è venuto a creare uno stato di tensione dovuto alla mancanza di strutture all'avanguardia e, alla luce di ciò, si è pensato soltanto a garantire al Paese un'immagine di efficienza e organizzazione, portando quest'ultimo a chiudere in passivo. Il secondo punto riguarda la gestione degli investimenti legati all'organizzazione di grandi avvenimenti sportivi che può provocare grossi deficit nelle casse dello Stato, se non progettata accuratamente. Alla luce di ciò è comprensibile il "no" secco del Premier Monti alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020, a causa della recessione Italiana. Abbiamo incontrato Sara Ferrari alla vigilia della sua ripartenza per il Sud Africa, dove sarà impegnata nell'aggiornamento di questo studio, e da dove ci manderà ulteriori appunti sulla situazione attuale, a distanza di due anni dal mondiale.
Come avviene lo studio di un evento sportivo dal punto di vista antropologico?

Sara Ferrari: L'antropologia culturale è la disciplina che ha promosso la cultura come oggetto di studio scientifico e si basa su un tipo di osservazione partecipante, ovvero un'osservazione non passiva delle pratiche locali. Quest'ultima si basa principalmente sulla rilevazione diretta di dati sul campo, ed è quella che ho scelto per lo studio dell'organizzazione dei mondiali svolti nel 2010 in Sud Africa. Lo studio sul campo presuppone la scelta di tematiche ben precise, da scegliere in funzione dell'argomento da trattare e da porre ad un numero imprecisato di campioni che, nel caso specifico da esaminare, siano in grado di rappresentare in media il punto di vista dell'intero gruppo analizzato.

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Quale è stato il focus della sua attività di ricerca?

Sara Ferrari: Nonostante sarebbe stato interessante poter analizzare la classe dirigente, i club e gli organizzatori dell'evento, il mio interesse si è da subito focalizzato sull'impatto che l'evento sportivo ha provocato sulla popolazione africana. Innanzitutto ho cercato di risolvere l'interrogativo riguardante il potere che i media riescono ad esercitare su una popolazione desiderosa di essere considerata all'altezza di una rappresentazione di questo tipo e, di conseguenza, quanto ciò che veicolavano i media (giornali e canali televisivi, la radio in Sudafrica presenta scenari più complessi) fosse in linea con ciò che pensava veramente la gente. In un paese dove le diseguaglianze economiche sono molto rilevanti, intervistando persone provenienti da vari strati sociali, è emerso comunque un entusiasmo comune strettamente correlato alla speranza che il potenziale ricavo proveniente da una manifestazione sportiva mondiale potesse essere utile per migliorare l'economia del Paese e soprattutto la sua immagine internazionale. Un altro tema centrale ha riguardato la possibilità di studiare da vicino il fenomeno del razzismo verso e tra la popolazione africana, per capire, quanto il calcio sia stato capace di incidere in modo positivo sulle relazioni interpersonali. Il risultato finale è stato incoraggiante, il mondiale ha rappresentato uno straordinario momento di unione della nazione, ma purtroppo circoscritto al solo periodo nel quale si è svolto l'evento.

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In generale i risultati dell'evento sono stati all'altezza delle aspettative?

Sara Ferrari: Sostanzialmente c'è stata una sopravvalutazione dell'evento. Il tutto è stato posto come qualcosa di unico e straordinario, una vera e propria rivincita per un paese che negli anni dell'apartheid era escluso dagli eventi sportivi internazionali e per un popolo che fa del calcio una vera e propria religione contemporanea. Mesi prima si parlava dell'arrivo di circa 500 mila visitatori nel solo territorio di Città del Capo, ma in realtà si sono raggiunte cifre ben diverse e nettamente inferiori che hanno da subito ridimensionato le aspettative di ricavo economico.

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Come questa competizione ha inciso sull'economia del Paese ospite?

Sara Ferrari: Di norma, un evento di tale portata non porta immediati riscontri economici, il risultato imminente si ha solo nell'impatto d'immagine che guadagna lo Stato. Dal momento della comunicazione ufficiale della FIFA, si è venuto a creare uno stato di tensione dovuto alla mancanza di strutture all'avanguardia e, alla luce di ciò, l'intera organizzazione è stata erroneamente volta al solo ed unico scopo di garantire al Paese un'immagine di efficienza e organizzazione su standard "world class", piuttosto che dal ricavare benefici ad ampio raggio anche per la popolazione più svantaggiata della Nazione. In termini di riscontro economico il Sud Africa ha, infatti, chiuso in passivo; in poche parole una scarsa progettualità a lungo termine, relativa soprattutto alla costruzione dei nuovi stadi. Per quanto riguarda i commercianti, invece, gli introiti ottenuti dall'aumento del turismo hanno permesso loro di chiudere, nonostante tutto, con un bilancio abbastanza positivo, tenuto anche conto che il Mondiale si è svolto nei mesi invernali del Sudafrica, periodo normalmente piuttosto calmo della stagione turistica.

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Vuvuzelas Rispetto ai problemi d'integrazione, ci son stati momenti critici?

Sara Ferrari: Si fa molta retorica sugli eventi sportivi e spesso i media danno valutazioni che hanno il potere di influire sull'intera organizzazione dell'evento. L'allarmismo creato dai mezzi di comunicazione internazionali (soprattutto inglesi) ha generato una preoccupazione generale relativa al problema della microcriminalità, piuttosto problematica in Sud Africa. Durante il mese dell'evento sportivo, la stessa popolazione interna ha cercato di mantenere l'ordine, avendola vista come un'ottima occasione per essere visti sotto una luce positiva dal mondo intero. La sicurezza nelle strade principali è stata pertanto incrementata; la polizia era ben visibile; non ci sono stati grossi incidenti e in generale l'integrazione tra turisti, tifosi e popolazione locale è stata festosa e pacifica.

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Tra i vari fenomeni studiati, ce ne è stato uno che ha caratterizzato quest'evento?

Sara Ferrari: Sembra che la vuvuzela, dal punto di vista antropologico, abbia avuto un certo impatto nel pubblico dei tifosi, paradossalmente molto più delle strutture architettoniche pagate profumatamente dallo Stato sudafricano. Questo perchè forse rappresentava, agli occhi delle audience internazionali, un elemento del tifo sconosciuto rispetto, per esempio, ai cori degli stadi europei. Dal punto di vista sociale è stato davvero interessante vedere, uniti nel nome del pallone, i gruppi interni che hanno scritto la complessa storia del Sudafrica, legata a doppio filo all'epoca di divisioni dell'apartheid.

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Cosa è stato capace di creare uno Stato in cerca di visibilità come il Sud Africa per guadagnare una propria finestra sul mondo?

Sara Ferrari: Lo studio dell'organizzazione del mondiale in Sud Africa è servito a rintracciare due modelli alternativi: la Fan Fest di Capetown e la Fan Walk.La Fan Fest rappresenta un modello di spazio pubblico globale (altre fan fest sono state infatti predisposte durante il Mondiale in varie città fra cui Roma). A Cape Town la Fan Fest principale è stata organizzata a Grand Parade, storica piazza dove Nelson Mandela tenne il suo primo discorso da uomo libero nel febbraio del 1990. Nel modello di spazio pubblico della Fan Fest era possibile vedere i match proiettati su un grande schermo spalla a spalla con gli appassionati provenienti da ogni parte del mondo. Il secondo modello di organizzazione a Cape Town è stato la Fan Walk, un itinerario pedonale di 2,6 km riservato ai tifosi-appassionati, percorso che collegava lo stadio con il centro della città. Quest'ultima iniziativa ha consentito una maggiore interazione fra i tifosi e ha coinvolto l'intero tessuto urbano del centro di Città del Capo. Soprattutto per quanto riguarda eventi in continenti come l'Africa, spesso oggetto di stereotipi da parte dei mass-media,l'evento sportivo è stato, in sintesi, vissuto anche come un evento culturale. Lo studio antropologico e sociologico diviene, di conseguenza, indispensabile per avere delle idee e delle appropriate conoscenze trasportabile nell'organizzazione dell'evento stesso.

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manifestazione sportiva Come questi studi possono essere utili al fine di migliorare l'organizzazione di una manifestazione sportiva d'alto livello?

Sara Ferrari: Considero questi studi necessari per una progettazione priva di errori e capace di evitare disastri finanziari come quelli sperimentati dalla Grecia, che ha ridotto a brandelli le casse dello Stato anche a causa del dispendio dovuto all' organizzazione delle Olimpiadi di Atene del 2004 e che giustificano, a causa della recessione Italiana, il "no" secco del Premier Monti alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020. Un evento del genere richiede infatti parecchi investimenti da parte dello Stato. Tali investimenti se realizzati e adeguatamente studiati in una prospettiva di benefici e opportunità a lungo termine, non semplicemente relativi al mese dell'evento e gli immediati ricavi di chi opera nella realizzazione delle infrastrutture, possono portare anche interessanti opportunità per il Paese ospitante. Perché ciò avvenga è necessario uno studio a-priori e a 360 gradi su come rendere l'evento "sostenibile", in termini di infrastrutture e opportunità (culturali, turistiche e di immagine internazionale) per il Paese ospitante. Essendo necessario imparare dalle esperienze precedenti per non ripetere gli stessi errori, il caso Sudafrica 2010, e più in generale lo studio degli eventi sportivi internazionali, serve a capire come evitare determinati errori, relativi altresì, e ne abbiamo un esempio lampante in Sudafrica ma anche nel Gabon e nella Guinea Equatoriale che hanno recentemente ospitato la Coppa d'Africa, la costruzione di stadi che rischiano dopo l'evento sportivo di diventare "cattedrali nel deserto".

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chi È

Sara Ferrari è nata nel 1976.
Formazione: Laurea in Filosofia, Università di Pavia e laurea specialistica in Scienze Antropologiche, Università di Milano-Bicocca, dove ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Società dell'Informazione. E' dal 2010 visiting fellow presso l'University of the Western Cape, Centre for Humanities Research a Cape Town, Sudafrica.
Esperienze precedenti: Molteplici e difficili da riassumere: da tennista e calciatrice professionista mancata a ex-arbitro FIGC. Ricercatrice sui temi di sport e migranti, calcio e identità sociali, sport e mass-media, sport e gestione della folla negli stadi con centinaia di "sudate pagine" scritte sui fenomeni sociali e mediatici che caratterizzano lo sport contemporaneo. Due Tesi discusse all'università di Milano-Bicocca ("Calcio: fra gioco identitario e immaginari mondiali" e "Sudafrica 2010: media, folla e stadi"). Da formatrice sportiva in quel di Nairobi, Kenya, a scrittrice di blog, da addetta a progetti di cooperazione sportivo-culturali a organizzatrice di tornei fra migranti nelle periferie del Nord Milano.
Attuale posizione: Ricercatrice, consulente e scrittrice free lance su tutto quanto riguarda lo sport.
 
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