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QUALE CLASSE DIRIGENTE PER LA GOVERNANCE DELLO SPORT Stampa E-mail
Punti di vista
Cristiana Trezza   
marted́ 21 aprile 2015
punt.jpg     Negli ultimi mesi la governance dello sport in Italia ha mostrato, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, profonde crepe di credibilità e capacità.      
Elenchiamo alcuni episodi, andando un pò a memoria:

- Piacenza Volley Femminile, vince il campionato e minaccia di non iscriversi, per le difficoltà con il Comune sulla disponibilità del palazzetto. Esempio tipico dei nostri presidenti-proprietari che ancora pensano di scaricare sulla collettività, le proprie responsabilità d'imprenditori nella realizzazione e gestione dei nuovi impianti. 

- Lega Basket, dopo anni d'immobilismo decide di puntare su un presidente interno, Minucci di Siena, che viene investito, come già era noto, da una pesante indagine giudiziaria della Guardia di Finanza.

- Lega Calcio, nell'assegnare i diritti tv del triennio 15-18, si affida ancora agli esperti della Infront e indice un asta al rialzo, ma è costretta ad un accordo riparatore tra i concorrenti, che di fatto annulla la logica stessa dell'asta e scontenta tutti. 

- Federbasket, in difficoltà nel valorizzare la pallacanestro sui media, pensa d'investire qualche milione di euro in un proprio canale, cercando in primis di coprirne le spese con i contributi delle Leghe, quindi delle società sportive, che invece dalle tv vorrebbero un pò di risorse. 

- Nel calcio di vertice, alcuni passaggi di proprietà sono avvenuti in modo troppo repentino, con gli acquirenti dalla storia imprenditoriale che, come in altri casi, vuole acquisire notorietà proprio dal pallone. Affermando, così,  ancora il vecchio modello tutto italiano del patron che ha al centro se stesso, più che un progetto di sviluppo aziendale e territoriale. La Serie A ne è piena.

- Federcalcio, dopo la delusione del mondiale brasiliano, stenta a trovare un candidato con un progetto innovativo e condiviso. Di peggio, il clima che si respira è da restaurazione, da scoraggiare la manifestazione di un reale dissenso.

Possiamo di converso recuperare delle tracce di novità positive, che potremmo sperare mettano radici: come il progetto di Super Lega nel volley; come la raccolta di nuovi soci nel capitale della Pallacanestro Cantù; come la scelta affidata a degli specialisti, di diversi nuovi responsabili marketing nella Serie A di calcio, alcuni  provenienti dal mondo aziendale; come le proposte della Lega Serie B, del marketing associativo (con BClub) e della condivisione di una progettualità comune sugli stadi (con BFutura); come il mettersi in gioco di due presidenti di società, come nuovi rappresentanti delle Leghe di volley e basket; la sfida della nuova Lega Nazionale Pallacanestro raccolta da Fiera Rimini, che per la prima volta ne ha ospitato l’evento; come anche la scelta della prestigiosa Università Bocconi di creare un centro studi sull’economia e il management dello sport (Sport Knowledge Center). 

Il tema che lanciamo, che vorremmo fosse al centro dell'attenzione della classe dirigente italiana, è legato al quesito che ci si deve porre: come si forma e si seleziona il management e il vertice del nostro sport?

Un'idea pensiamo di averla chiara: sarebbe un beneficio per tutti, se i nuovi dirigenti avessero un profilo meno legato alle premialità di carrierismo interno allo sport, ma fosse maggiormente legato al mondo delle aziende, della società impegnata. Siamo dell'avviso che sia possibile crescere miscelando le diverse esperienze dirigenziali, sociali e imprenditoriali. Da sempre lo sviluppo è dato dalle spinte innovative miscelate al confronto delle diverse esperienze. Non producono grandi risultati le chiusure all’innovazione e alle diversità, condite da abbondante autoreferenzialità. 


 



                         
 
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